LA DIETA GENETICA: UNA BUFALA!

Oggi voglio parlare della cosiddetta “dieta genetica”.

La dieta genetica, detta anche “dieta del DNA”, non è altro che un regime alimentare che si basa su test genetici che analizzano alcuni (pochissimi) geni responsabili (insieme a mille altri non analizzati) del metabolismo di grassi e carboidrati, con la prospettiva di aiutare a perdere peso o prevenire malattie (addirittura!).

Il test del DNA per valutare il metodo migliore per dimagrire è l’ultima trovata di un marketing aggressivo che impazza non solo sui giornali e sul web, ma purtroppo anche in molti studi di professionisti della Nutrizione. Basta prelevare un po’ di saliva per diagnosticare eventuali intolleranze o allergie alimentari e le migliori modalità di assorbimento dei nutrienti. In base ai risultati ottenuti e pianificando una dieta personalizzata, si dovrebbero quindi poter perdere chili con più facilità senza troppa ginnastica o eccessivi sacrifici. Questo è quanto viene promesso.

Si può dire che la dieta genetica è un’evoluzione leggermente più “scientifica” del principio (fallimentare) di dieta basata sul gruppo sanguigno, per cui vengono individuati profili genetici a cui vengono associati alimenti specifici per un dato genotipo. Ogni genotipo ha una lista di alimenti che sarebbero consigliati e altri che non lo sarebbero.  Ad esempio, si prescrivono ciliegie e fragole al gruppo caratteriale fruttariano, e nel contempo hamburger e bistecche al gruppo caratteriale carnofilo. La sola differenza sta nell’aver sostituito al gruppo sanguigno il gruppo genetico.

Non mi sorprende e non mi scandalizza il fatto che in questi ambienti si parli anche di dieta individuale sensibilizzata secondo i segni zodiacali!!!

Questo è teatro (per non dir altro) più che Scienza!

NUTRIGENETICA e NUTRIGENOMICA

Quando nel lontano 1999 ho conseguito la Specializzazione in Genetica Applicata e Biologia Molecolare presso l’Università “La Sapienza” di Roma, già si parlava della potenzialità della Genetica anche in ambito nutrizionale. Vi confesso che all’epoca avevo molte speranze riguardo l’uso di test genetici che potessero un giorno aiutarmi a personalizzare nel modo migliore la dieta per ciascun paziente. Sarebbero stati il mio fiore all’occhiello, un vanto, un’opportunità da non farsi sfuggire. Chi meglio di un Biologo Nutrizionista specializzato in Genetica può elaborare una dieta davvero efficace, per ciascun paziente, dieta che segua la sua genetica individuale, personalizzata al 100%?

Utopia!

Solo utopia.

Più studiavo, più capivo che ci sarebbero voluti decenni per avere una qualche efficacia.

Decisi che avrei utilizzato i test genetici, in qualità di Nutrizionista, solo qualora fossi stato certo della loro efficacia, della loro reale e concreta utilità. Solo quando fossero stati davvero uno strumento in più, insostituibile, nella definizione di un profilo metabolico di un paziente, aiutando me e lui concretamente ad individuare la dieta perfetta per lui.

Quel momento lo sto ancora aspettando. Ahimè, non è ancora arrivato. Oggi che di anni ne sono passati 24, mi sento di dire che ero stato ottimista e forse ce ne vorranno altri 100 anni (cento anni!) prima di poter dire: ci siamo!

Torniamo alla Nutrigenetica e Nutrigenomica

Anche i non addetti ai lavori hanno sentito parlare di Nutrigenetica e Nutrigenomica, e in particolare di test genetici che permettono di stilare il proprio personale profilo metabolico.

Nel mondo della biologia molecolare e della medicina predittiva gli esperti del settore sanno che le scienze “omiche” sono il futuro. Genomica, Proteomica, Metabolomica, Nutrigenomica e Nutrigenetica sono tutte accomunate dal principio di esaminare (o tentare di esaminare) la complessità degli organismi viventi come un unicum. L’intento ultimo è quello di poter identificare un giorno, profili caratteristici delle cosiddette patologie multifattoriali, e segnali (biomarker) in grado di predirle. Si tratta di patologie la cui causa è molto complessa e dipende da un insieme di geni e fattori ambientali, tra cui depressione, obesità, malattie neurodegenerative. Per la verità la grande maggioranza delle patologie.

Il metabolismo è anch’esso una funzione biologica multifattoriale, perché coinvolge migliaia di geni e quindi migliaia di enzimi, ormoni, proteine e tanti altri metaboliti, ed è a sua volta grandemente influenzato da stili di vita, attività fisica, ritmi stagionali, composizione del proprio Microbiota, stati d’animo, ecc. ecc..

TEST GENETICI in relazione alla dieta genetica

Vediamo ora che applicazione pratica ha tutto ciò nell’attuale stato dell’arte. Mai come oggi i test genetici sono disponibili a prezzi relativamente accessibili (ripeto, relativamente accessibili), e questa opportunità è stata immediatamente commercializzata. Sono esami che vengono presentati come assolutamente affidabili ed estremamente professionali.

Personalmente, in questi anni, sono stato contattato da una miriade di Aziende (spesso serissime) che mi proponevano di vendere (alla fine di quello si tratta) i loro prodotti (i test genetici), garantendomi enormi profitti (ed era vero, il guadagno era assicurato). In un Paese nel quale migliaia di persone compravano (e ancora lo fanno) bastoncini di legno da imbonitrici televisive con la promessa grazie ad essi di inimmaginabili benefici su salute/amore/sesso/finanza e quant’altro, figuriamoci se la Gente non fosse stata disponibile a comprare da un professionista serio, laureato, per di più specializzato in Genetica, che gli promette la dieta su misura! Il guadagno era garantito.

Sono scelte. Io nei panni dell’imbonitore che vende fuffa alla gente non mi ci sono mai visto, mi vergognerei, anche se guadagnassi molto di più. Un po’ di coerenza nella vita ci vuole, o no?

Il punto cruciale della questione è l’effettiva utilità e applicabilità dei risultati che si ottengono. Abbiamo parlato di malattie multifattoriali, e di come anche il metabolismo sia regolato da migliaia di geni che si influenzano reciprocamente e da fattori ambientali non dipendenti dal genoma.

Come può un test eseguito su pochissimi geni determinare il funzionamento specifico di un metabolismo individuale e consentire di stilare una dieta apposita che vi garantisca la forma fisica e la longevità? Non può, e nessuno ve lo promette in questi termini infatti. Si parla sempre e comunque di predisposizioni: ad esempio se avete un determinato polimorfismo di un certo gene (cioè una mutazione che rende il vostro gene un po’ diverso da quello di tutti gli altri) potreste sviluppare l’obesità (ma va?). E non possono dirvi nemmeno con che percentuale. Nel dubbio, mettetevi a dieta.

Un’altra cosa che non vi dicono è che anche una persona che NON ha quel polimorfismo (cioè ha un gene normale) potrebbe comunque sviluppare l’obesità, e magari anche con maggiore probabilità di voi (se sono presenti altri fattori predisponenti che niente hanno a che fare con la genetica).

Di fatto, persino persone già obese potrebbero benissimo risultare negative al test, cioè potrebbero avere un gene senza mutazioni (senza polimorfismi).

In sostanza, si forza l’applicazione clinica di risultati sperimentali: un conto è studiare un gene nella Ricerca Scientifica per capirne il ruolo nel metabolismo (magari in vitro), altro conto è voler estendere l’azione di quel singolo gene come strumento predittivo nella popolazione generale (follia pura). Teniamo anche presente che un solo gene può avere moltissime funzioni, a seconda della sua regolazione epigenetica e del distretto corporeo in cui viene trascritto.

Cosa dicono le autorità competenti sulla dieta genetica

L’AIRC, l’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro, in linea con quanto stabilito dall’ASCO (il corrispettivo americano), suggerisce molta cautela nell’impiego dei test genetici per valutare la predisposizione al cancro. E si sta parlando di cancro, non di metabolismo. Ad esempio, raccomanda che il test venga eseguito solo secondo prescrizione di un medico genetista, che sappia interpretare i risultati in base alla storia clinica e familiare del paziente. Non dimentichiamoci che esistono moltissimi tipi di cancro, alcuni a componente genetica forte, altri quasi nulla.

Sulla stessa lunghezza d’onda si schiera anche il Centro di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione del CREA (ex-INRAN) che pur sottolineando l’importanza della Nutrigenetica nella ricerca, consiglia prudenza nell’interpretazione dei risultati dei test.

Vediamo cosa dice il CREA nel dettaglio: “Non c’è alcuna evidenza scientifica a sostegno dell’associazione tra i test genetici e le esigenze nutrizionali, e non ci sono dati concreti che supportino le diete genetiche. La strada dei test genetici per una dietoterapia di precisione è promettente ma è ancora lunga. Che ogni singolo genotipo risponda in modo specifico alla restrizione alimentare sembra oramai accertato, ma questo non autorizza a pensare che, con le conoscenze e i mezzi di oggi si possa gestire l’informazione genetica, che è enorme e non ancora completamente definita. I test attualmente disponibili non sono in grado di fornire alcuna reale informazione utile alla determinazione di una dieta personalizzata.

Ma scendiamo nel dettaglio e prendiamo in esame alcuni geni impiegati in questi test

Molto studiato è il gene LPH (che codifica la beta-D-galattosidasi, l’enzima che scinde il lattosio): individui che hanno un certo polimorfismo in questo gene potrebbero presentare intolleranza al lattosio.

Ma che cosa vuol dire? L’intolleranza al lattosio può manifestarsi in diversi gradi di severità, può apparire e scomparire in diverse fasi della vita e a seconda delle abitudini alimentari. Senza contare che per diagnosticare l’intolleranza basta il semplice Breath Test (clinicamente validato). Insomma val la pena fare un test genetico sul LPH (spendendo una grossa cifra) per capire se al soggetto il latte fa male? No, soldi buttati.

Un discorso analogo è valido per i geni del sistema HLA, studiati per la predisposizione alla celiachia, il gene VDR per il metabolismo della vitamina D, o il gene FTO per la predisposizione all’obesità.

Non parliamo poi della sindrome metabolica, dell’insulino resistenza e del diabete. I geni studiati sono moltissimi e tutti sembrano essere coinvolti. Citiamone alcuni: il gene PCI (un inibitore della via insulinica), il gene PTP1B (un altro regolatore negativo del signaling insulinico), il gene PPAR-gamma (che codifica per una proteina coinvolta nello sviluppo del tessuto adiposo), i geni KCNJ11 e SURI (per il canale del potassio ATP-dipendente delle cellule beta pancreatiche), il gene MLXIPL (regolatore trascrizionale dei geni della lipogenesi). E l’elenco non finisce qui. Senza contare l’apporto decisivo di fattori epigenetici e ambientali (come l’apporto calorico nei primi anni di vita, l’attività fisica, il microbiota intestinale, ecc.) che posso influenzare l’espressione genica.

Siamo sicuri che i nutrizionisti (anche con Specializzazione in Genetica, come chi sta scrivendo) che prescrivono i test abbiano la competenza genetica di interpretare questa complessità, che non è pienamente compresa nemmeno da chi, in ambito di Ricerca Scientifica, la studia quotidianamente? Assolutamente no! Nessuno Può vantare di avere competenza per ricavare da questi pochissimi dati un fantomatico loro ruolo nel metabolismo individuale per ricavarne la dieta perfettissima! Solo fuffa (ho detto fuffa, non truffa!). Poi, intendiamoci, ognuno è libero di spendere i soldi come meglio crede.

CONCLUSIONI SULLA DIETA GENETICA (personali)

I test genetici forniscono informazioni indispensabili e giustificano il costo impiegato per ottenerle?

Ho davvero bisogno di questi risultati per capire quali siano le strategie alimentari più adeguate alla mia costituzione metabolica?

Al momento, la risposta sembra proprio NO.

Al momento seguire la dieta del DNA non apporta nessuna reale vantaggio, dimagriremo sempre in base al nostro deficit energetico (le tanto odiate calorie). Potrebbe al massimo essere un aiuto psicologico, illusorio, di motivazione (mangio quello che mi dice il mio DNA), ma gli effetti finiscono qui. Effetto placebo si chiama.

Il rischio è che si passi dall’oroscopo al “genoscopo”, pensando che i marcatori genetici possano dire tutto di noi. Anche perché ciascuno di noi è il risultato dei geni, dell’ambiente e del caso: i geni da soli spiegano qualcosa, ma non tutto. Focalizzarsi solo sul genotipo e pensare di stabilire una dieta è riduttivo. Sappiamo, ad esempio, che se in animali da esperimento con lo stesso identico genotipo modifichiamo il microbiota, ovvero l’insieme dei microrganismi della flora intestinale, alcuni diventano obesi e altri no: segno che guardando solo ai geni abbiamo una visione molto parziale di ciò che siamo e di come rispondiamo all’alimentazione, perché contano tanti altri fattori. Inoltre, anche se sono stati individuati alcuni geni correlati all’obesità, sappiamo che questi “pesano” molto meno dell’ambiente e dello stile di vita nel provocare l’accumulo di chili. Uno strumento banale come un diario alimentare svela spesso errori madornali nelle abitudini di chi è sovrappeso: al momento è più importante individuare questi errori e modificare la propria quotidianità, che tentare la dieta genetica, la cui efficacia non è dimostrata. Magari in futuro avremo conoscenze più approfondite, ma oggi i test per la dieta genetica sono una fuga in avanti che non serve a molto. Per di più, l’interpretazione dei dati è lasciata spesso a persone non sufficientemente preparate.

Forse, come adesso misuriamo colesterolo, trigliceridi e simili per avere indicazioni sul rischio cardiovascolare, un giorno (magari tra 50 anni) potremo valutare i geni e consigliare interventi mirati sull’alimentazione. Ma per ora è molto prematuro: oggi possiamo mappare il genoma, ma dopo averlo fatto ne sappiamo quanto prima. Insomma, la dieta genetica potrebbe avere un senso scientifico, ma è ancora presto per contarci troppo. Per il momento sono soldi buttati.

Come accade per gli integratori dimagranti, la pubblicità di questi kit, spesso all’interno di studi professionali, punta su un aspetto di grande vulnerabilità, poiché l’obesità è una condizione clinica che presenta una notevole rilevanza sociale e disagio personale, accompagnata molto spesso ad uno stato psicologicamente vulnerabile e una maggior inclinazione alla risoluzione rapida e magica. Spesso la comunicazione promozionale di questi kit (ripeto, anche dentro gli studi professionali) induce la convinzione che una dieta costruita su misura del DNA possa con estrema facilità sollevare dal disagio di sacrifici e impegno. Non è certamente da escludere che in futuro siano possibili interventi più mirati per cucire un profilo alimentare personalizzato sul un particolare profilo genetico, ma siamo ancora lontani da questa possibilità per tutti i limiti che abbiamo descritto.

Dott. Pepino Francesco, Biologo Nutrizionista Bergamo

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