Stanchezza, cefalea, difficoltà di concentrazione e dolore o gonfiore addominale. Tutti segnali che possono far pensare a un’intolleranza alimentare. Panico. Poi uno o due test nel laboratorio sotto casa o peggio ancora in farmacia e il verdetto: intollerante a… E giù una lista di alimenti colpevoli delle peggio nefandezze. Che si eliminano prontamente dalla dieta, così si perde anche un po’ di peso e ci si sente meglio.

Purtroppo quello delle intolleranze alimentari è un mercato sempre in crescita, ed offre una varietà abnorme di test dai nomi più disparati che si distinguono spesso solo dal numero di alimenti presi in esame strizzando così l’occhiolino all’ingenuo cliente che pensa che “più sono meglio è”.

 

Nella medicina convenzionale i test attualmente riconosciuti sono rivolti a un solo alimento (lattosio, glutine); ciò è garanzia di serietà. In campo non convenzionale si pretenderebbe con un’unica tipologia di test di scoprire tutte le intolleranze alimentari possibili.

Intolleranza al latte, fumettoDire che si è intolleranti a un cibo è un’approssimazione scientifica inaccettabile.

Un medico che dice a un paziente che è intollerante, per esempio, al peperone è equivalente a un medico che si esprime su una forma tumorale dicendo che è “un brutto male”.

Infatti non è mai l’alimento che può causare intolleranza, ma una singola molecola contenuta all’interno dell’alimento. Non si è intolleranti al frumento, ma al glutine, un gruppo di proteine contenute in alcuni cereali. Quindi, tutti i test per le intolleranze basati su cibi (tutti quelli che ci sono in giro!) sono inutili. Infatti non ha senso provare il paziente con un cibo, si deve provarlo con una molecola fisiologicamente attiva. Solo che le molecole possibili sono milioni. Non tutti i peperoni sono uguali, alcune varietà contengono sostanze che altri non contengono: che senso ha parlare di intolleranza al peperone? Pensiamo alle decine di pani diversi con ingredienti diversi. Che senso ha parlare di intolleranza al pane?

Quindi:

diffidate di chi vi dice che siete intolleranti a un cibo: scientificità zero!

Ma vediamo alcuni esempi tra quelli più diffusi:

 

Test in vivo

 

DRIA

  • Il principio di base. L’assunzione dell’alimento a cui si è intolleranti che provoca una diminuzione della forza di contrazione muscolare.
  • In che consiste. Il paziente viene fatto accomodare su un sedile dotato di cavigliera, a sua volta collegata a un carico. Gli si chiede di eseguire dei movimenti con la gamba, in modo che sollevi il carico. Alla caviglia è collegato un computer. Lo stesso movimento viene fatto ripetere mentre si somministrano sotto la lingua gocce dell’alimento sospetto. Un calo della forza superiore al 10 per cento è considerato indice di possibile intolleranza.
  • Il test è stato praticamente accantonato anche dagli stessi ideatori dopo aver verificato negli anni che non c’è stata “la piena accettazione all’interno della comunità medico/scientifica”; è però utile conoscerlo per capire come test non convenzionali possano attrarre un gran numero di persone spesso desiderose di affibbiare all’alimentazione i problemi invece derivanti da stili di vita non corretti. Non è supportato da nessuna base fisiopatologica e studi ne dimostrano l’inefficacia rispetto al placebo (1 ,2, 3).

 

Test elettrodermici come il Vega Test e test di biorisonanza

  • In questi test l’apparecchio è in grado di misurare le alterazioni del flusso corporeo dell’energia elettromagnetica lungo i meridiani di agopuntura. Un recente studio in doppio cieco ne ha dimostrato la totale inefficacia (4).
  • Con la Biorisonanza si ha la possibilità di registrare le onde elettromagnetiche “buone” o “cattive” che non solo l’essere umano ma anche le varie sostanze, fra cui gli allergeni, emettono. L’apparecchio avrebbe la possibilità di filtrare le supposte onde negative, guarendo il paziente. Gli strumenti usati sono dei semplici galvanometri. Anche in questo caso studi controllati ne hanno dimostrato la totale inefficacia nella diagnosi di sensibilità alimentari (5).

 

Test in vitro

 

Test citotossico ALCAT

  • Lanciato con la promessa di identificare le ipersensitività non IgE mediate, i test si basa sull’osservazione dei globuli bianchi che messi a contatto con i potenziali allergeni si gonfiano fino alla rottura della membrana cellulare (vengono così definiti diversi gradi di intolleranza) in caso di positività.
  • È la versione più sofisticata del test Leucocitotossico il cui utilizzo è stato fermato negli USA da un’azione governativa dopo un parere negativo da parte dell’American Academy of Allergy, Asthma and Immunology (AAAI) (6). Una review dei principali studi riguardanti il test citotossico ha concluso che non vi è efficacia nella diagnosi di reazioni avverse agli alimenti (7).

 

Test IgG (o IgG4)

  • Valutano la presenza nel sangue di una sottoclasse di anticorpi IgG, in particolare IgG4 e dovrebbero essere in grado di rivelare l’intolleranza verso un gran numero di alimenti. Il problema è che la presenza di questi anticorpi non prova l’esistenza di una reazione avversa all’alimento, in quanto è normale ritrovare IgG nei confronti dei cibi comunemente introdotti, senza che si possa riscontrare correlazione con segni e/o sintomi di reazioni avverse all’alimento. Il livello di questi anticorpi correla con la regolare ingestione dei corrispettivi alimenti.
  • Anche in questo caso diversi studi dimostrano l’inefficacia e l’inappropriatezza di questi test come mezzi diagnostici (8, 9).

 

Riporto un riassunto dall’inserto Salute di Repubblica risalente ad alcuni anni fa.

  • Vega -In due recenti studi (2001-2002) la metodica non si è dimostrata in grado di distinguere i sani dai malati allergici ad acari o gatto.
  • Citotest – Nulla dimostra che l’allergia alimentare sia sostenuta da meccanismi di citotossicità; il test non individua reazioni immunologiche.
  • Test del capello – In uno studio del 1987 (pubblicato su Lancet) si è valutata l’incapacità di discriminare soggetti affetti da allergie alimentari al pesce da soggetti sani. In 5 diversi laboratori stesso negativo risultato.
  • DRIA – Uno studio pubblicato dal British Medical Journal (1988) ha dimostrato che la capacità di discriminare pazienti con patologie è “puramente casuale”.
  • Dosaggio IgG specifiche – Almeno 4 studi controllati evidenziano che anticorpi IgG specifici per i comuni allergeni alimentari possono essere riscontrati in soggetti sani e in altre patologie. Il loro dosaggio non fa parte della diagnostica dell’allergia alimentare.
  • Iridologia – Una rassegna di studi controllati disponibili (4) ne esclude la validità diagnostica.

 

Ma, allora, perché il concetto di intolleranza ha così successo? Per i seguenti motivi:

  • promette di risolvere tante fastidiose patologie in modo semplicistico (elimino un cibo!).
  • È comunque supportato da terapeuti che, grazie alla loro preparazione, possono facilmente dare spiegazioni a chi è dotato di scarso spirito critico. In effetti, i test anti-intolleranze a una prima passata sembrano “credibili”.
  • Eliminando una serie di cibi, molti soggetti stanno effettivamente meglio.

La comprensione dell’ultimo punto è fondamentale. Ma come? Se molte intolleranze alimentari sono false, perché il soggetto migliora eliminando una serie di alimenti?

Spieghiamolo con un’analogia.

Consideriamo Tizio, quarantenne in sovrappeso; gli facciamo fare uno sprint di 100 m. Al termine Tizio è paonazzo, respira affannosamente e ha sensazioni spiacevolissime. Soluzione sbrigativa e disastrosa: Tizio è intollerante alla corsa, “non correre più!” è il consiglio che ci sentiamo di dargli. Con questa soluzione Tizio non corre più, ma dopo una ventina di anni ha un infarto e muore mentre sale una semplice rampa di scale. Cos’è successo? Tizio non era intollerante alla corsa, era semplicemente un sedentario non allenato; il consiglio (non correre più!) ha addirittura facilitato l’infarto, perché Tizio ha continuato a vivere nella sedentarietà e con un’alimentazione scorretta.

Ora dovrebbe essere chiaro il concetto di intolleranza di secondo livello: non è una patologia, ma è un sintomo di una patologia. E c’è una bella differenza fra malattia e sintomo!

 

Il consiglio è quello di non andare alla ricerca di miracolosi test ma piuttosto di dare massima varietà alla dieta di tutti i giorni, cercando di fare giornate scariche da quelle categorie alimentari più “a rischio”, ricercando alimenti poco processati e inserendo più varietà di cibo possibili.

Vi accorgerete, inoltre, che dando importanza anche ai fattori di interazione corpo-ambiente, il vostro ventaglio di scelte alimentari potrà aumentare considerevolmente e continuerete a sentirvi bene, se non addirittura inizierete a sentirvi meglio.

Non gettate i soldi nei test delle intolleranze, investite in chi riesce a guidarvi, o prova a farlo, in una maggiore consapevolezza del vostro corpo in relazione al cibo e al modo in cui lo consumate.

 

Riferimenti:

  1. Ludke R et al. Test-retest-reliability and validity of the kinesiology muscle test. Complement Ther Med. 2001.
  2. Schwartz SA et al. A Double-Blind, Randomized Study to Assess the Validity of Applied Kinesiology (AK) as a Diagnostic Tool and as a Nonlocal Proximity Effect. Explore (NY). 2014.
  3. Ortolani C et al. Controversial aspects of adverse reactions to food. Allergy. 1999.
  4. Lewith GT et al. Is electrodermal testing as effective as skin prick tests for diagnosing allergies? A double blind, randomised block design study. BMJ. 2001.
  5. Schöni M et al. Efficacy trial of bioresonance in children with atopic dermatitis. Int Arch Allergy Immunol. 1997.
  6. Statement on cytotoxic testing for food allergy (Bryan’s test). Committee of Public Health. Bulletin of the New York Academy of Medicine. 1988.
  7. Lehman CW. The leukocytic food allergy test: A study of its reliability and reproducibility. Effect of diet and sublingual food drops on this test. Ann Allergy. 1980.
  8. Atkinson W et al. Food elimination based on IgG antibodies in irritable bowel syndrome: a randomised controlled trial. Gut. 2004.
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