Con questo termine si intendono patologie, determinate da inspiegabili reazioni immunitarie, in cui l’organismo attacca e danneggia i propri stessi tessuti e organi scambiati per agenti esterni pericolosi (es. colite ulcerosa, Sclerosi multipla, Tiroidite autoimmune di Hashimoto, morbo di Basedow, Artrite reumatoide, morbo di Crohn, fibromialgia, Diabete di tipo 1, Celiachia, Rettocolite Ulcerosa, Vitiligine, Psoriasi, Epatiti autoimmuni, etc.).

Questa autoaggressione può essere diretta verso le cellule del sangue, verso la pelle, verso i muscoli, verso le articolazioni o verso i tessuti che rivestono e che compongono gli organi.

Le malattie autoimmuni colpiscono nell’80% dei casi le donne. Il rapporto rispetto agli uomini però è variabile: nel caso della sclerodermia o sclerosi sistemica, il rapporto è di 7-8 donne a 1, nel caso del lupus, invece, la frequenza è dieci volte maggiore nelle donne che negli uomini. Sono poche le malattie autoimmuni a prevalenza maschile mentre solo in alcuni casi la frequenza fra i due sessi è simile.

Questa maggiore predisposizione all’efficienza e all’aggressività del sistema immunitario femminile potrebbe essere legato sia a fattori ormonali, che genetici.

Gli ormoni sessuali sarebbero coinvolti nella risposta immunitaria stimolando i linfociti T e B. La prolattina, ad esempio, è un ormone tipicamente femminile e “immuno-stimolatorio”.

Un secondo meccanismo è di natura genetica. Un ruolo decisivo sarebbe svolto in particolare dal cromosoma X, presente con due copie nelle donne e con una negli uomini. Questo cromosoma, infatti, presenta diversi geni direttamente coinvolti nelle risposte immunitarie, ad esempio per i linfociti T regolatori. Avere un unico cromosoma X predispone i maschi a immunodeficienze, mentre il possedere due cromosomi X predisporrebbe le femmine allo sviluppo di malattie autoimmuni, in quanto raddoppierebbe il rischio di avere linfociti (cellule fondamentali del sistema immunitario) più attivi e aggressivi.

TERAPIE

Nella maggior parte dei casi le terapie a disposizione riescono solo a rallentare l’evoluzione della malattia senza riuscire ad ottenere una guarigione.

La somministrazione cronica dei farmaci immunosoppressori comporta inoltre spesso gravi effetti collaterali che contribuiscono a deteriorare la qualità di vita del malato. Nella tiroidite di Hashimoto, che porta all’ipotiroidismo, o nel caso di interessamento pancreatico, che provoca il diabete, la terapia è sostitutiva e consiste nel somministrare gli ormoni naturali mancanti: tiroxina e insulina.

MALATTIE AUTOIMMUNI E ALIMENTAZIONE

Attraverso un’alimentazione corretta è possibile modificare il decorso delle malattie autoimmunitarie, ridurre l’intensità ed il numero dei disturbi fisici ad esse correlate, allungare i periodi di benessere, diminuire le fasi di riacutizzazione e migliorare la prognosi.

La dieta vegetariana ha dimostrato chiari effetti positivi sulla sintomatologia in pazienti affetti da artrite reumatoide, ma anche in corso di tiroidite autoimmune ed altre patologie autoimmunitarie.

Le indicazioni alimentari in corso di patologie autoimmunitarie consistono nel basare la propria dieta su cibi di origine vegetale (cereali, legumi, verdura, frutta, semi, noci), preferire preparazioni semplici, scegliere alimenti non conservati o troppo elaborati, consumare in abbondanza cibi ricchi di vitamine ed acidi grassi polinsaturi (buoni).

Più in particolare è consigliabile:

  • limitare il più possibile l’assunzione di acidi grassi saturi animali e di acido arachidonico (precursori di prostaglandine infiammatorie): latte, formaggi, burro, uova, carne, salumi (eliminarli completamente nelle fasi di riacutizzazione);
  • ridurre il consumo di acidi grassi della serie omega 6 (promuovono la sintesi di acido arachidonico): olio di soia, olio di girasole, olio di mais, olio di sesamo, olio di semi vari, margarina, maionese, semi di girasole;
  • incrementare l’uso di cibi ricchi di acidi grassi polinsaturi della serie omega 3 (riducono la sintesi di molecole infiammatorie e svolgono una potente attività antinfiammatoria): olio di lino (che deve essere usato solo a crudo), semi di lino, noci, rosmarino ed origano secco, semi di zucca, fagioli di soia, portulaca, mandorle e nocciole, pesce azzurro (sardine, sgombri etc);
  • assumere giornalmente alimenti ad alto contenuto di vitamine antiossidanti A, C, E (contrastano l’attività dei radicali liberi che stimolano la produzione di molecole infiammatorie e regolano il trofismo, la differenziazione e la crescita degli epiteli e cellulare in genere). La Vitamina A è contenuta in: prezzemolo secco, carote, peperoncino rosso, basilico, zucca gialla, radiccio verde, pomodori e pomodorini. La Vitamina C in: peperoncini piccanti, ribes nero, ortica, prezzemolo, peperoni, arance, mandarini, mandaranci e limoni, kiwi, mango. La Vitamina E si trova in: nocciole, mandorle, germe di grano, olio extra vergine d’oliva, pinoli, salvia e rosmarino secchi. Anche la N-acetil-5-metossitriptammina, di cui è particolarmente ricco il mais, ha azione antiossidante, oltre alla nota azione regolatrice del sonno;
  • utilizzare lo zenzero (fresco o secco in polvere): è una pianta orientale il cui rizoma essiccato è impiegato come spezia e nella preparazione di liquori e bibite (in particolare del Ginger ale) come aromatizzante. Ha proprietà stimolanti la digestione (stomachino), stimolanti la circolazione periferica, antinfiammatorie ed antiossidanti, e si ritiene tradizionalmente contribuisca alla conservazione ed all’esaltazione dei sapori delle pietanze cui è solitamente associato. Il rizoma possiede una evidente azione antinausea, antiemetica (contro il vomito), antipiretica e antiinfiammatoria; • preferire il consumo di cereali integrali in chicco (riso, avena, orzo, miglio, amaranto, quinoa, grano saraceno, mais) per il loro contenuto in acidi grassi polinsaturi (omega 3);
  • ridurre l’utilizzo di alimenti ricchi di glutine (grano, farro, kamut, seitan) per l’azione immunogenica della gliadina;
  • eliminare il più possibile prodotti contenenti zuccheri semplici (biscotti, torte, bibite zuccherate, miele, gelati, prodotti di pasticceria in genere) e imparare a cucinare dolci alternativi sostituendo latte, uova, burro e zucchero con: latti vegetali (di riso, soia, avena, mandorla), creme di nocciola, di mandorla, frutta secca, uva passa e succo di mela;
  • raggiungere e mantenere un peso corretto (BMI compreso fra 18.5 e 24.9); eccessi alimentari stimolano la produzione di radicali liberi e promuovono l’infiammazione dei tessuti;
  • se possibile, svolgere un’attività fisica moderata e regolare (passeggiate, nuoto, bicicletta) che consente di preservare il trofismo muscolare, mantenere la mobilità articolare e migliorare il tono dell’umore.

E’ utile inoltre assumere alcune spezie ed alimenti contenenti molecole dotate di attività antinfiammatoria come:

  • il the verde che contiene polifenoli (catechine) con vantate proprietà antinvecchiamento e anti cancro. Tutti i tipi di té contegono polifenoli; nel té verde però, l’ossidazione delle catechine è minima, così da lasciare inalterate le proprietà antiossidanti, mentre la fermentazione necessaria alla produzione degli altri tipi di té riduce il contenuto di catechine perdendo specialmente quelle più fortemente bioattive: le epigallocatechinegallato (EGCG). Le EGCG sono indicate dagli esperti come le più importanti per la prevenzione dei tumori. Esse hanno anche dimostrato di avere un potere antiossidante 20 volte più forte della vitamina e nel proteggere i lipidi del cervello, che sono molto sensibili agli stress ossidativi.
  • il peperoncino piccante che contiene la capsaicina che è uno degli alcaloidi responsabili della maggior parte della “piccantezza” dei peperoncini. Vanta innumerevoli effetti benefici sulla salute: ha effetto termogenico (aumenta il metabolismo basale), è utile nei dismetabolismi glicidici (diabete), ha azione decongestionante delle mucose, soprattutto nasale, ha azione antinfiammatoria e antitumorale. Alcune creme a base di capsaicina vengono usate per i dolori articolari e nei traumi per l’effetto antidolorifico e antinfiammatorio.
  • il pepe nero, che figura tra i rimedi della medicina ayurvedica è una delle tre spezie che compongono il “Trikatu” (le altre sono zafferano e pepe lungo) utilizzato per favorire la digestione e stimolare il metabolismo. Effettivamente la piperina, l’alcaloide contenuto nel pepe, rende la spezia stimolante, tonica e stomachica e, stimolando la secrezione di succhi gastrici, facilita il processo digestivo e agevola l’assorbimento dei nutrienti traendo il massimo beneficio dal cibo ingerito. Sconsigliato in caso di gastrite, ulcera o emorroidi perché irrita le mucose. Un effetto del pepe nero è anche quello di stimolare la termogenesi, per questo è considerato un ottimo coadiuvante nelle diete dimagrantii e per combattere l’obesità. Questa spezia sarebbe preziosa anche per combattere la depressione: sembra infatti che la piperina stimoli la produzione di endorfine nel cervello e agisca come un antidepressivo naturale.
  • il curry, che è ricco di curcuma (zafferano delle indie), è una pianta tropicale, della stessa famiglia dello zenzero, con proprietà antinfiammatorie, anti cancro, anticoagulanti e digestive.
  • la buccia di uva rossa che contiene il resveratrolo e i polifenoli (a cui è attribuita una probabile azione antitumorale, antiinfiammatoria e di fluidificazione del sangue, che può limitare l’insorgenza di placche trombotiche ed eventi ischemici in generale.
  • l’Avemar, che deriva dal germe di grano secco fermentato, è un integratore ricco di antiossidanti naturali, basato su particolari sostanze nutritive contenute nel germe di grano fermentato, tra le quali sono importanti i biochinoni.
  • il melograno il cui succo è ricco di acido ellagico con spiccate azioni anti tumorali soprattutto indicato per i carcinomi della vescica, e antinfiammatorie e antiossidanti. (Oasit K è un integratore a base di ac.ellagico, usato nella prevenzione del carcinoma vescicale).
  • il selenio è particolarmente indicato per le tiroiditi autoimmuni, in particolare per la tiroidite di Hashimoto: è un oligonutriente fondamentale per l’uomo e determinante per il funzionamento della ghiandola tiroidea, in quanto l’enzima che catalizza la conversione della T4 in T3, la 5′ desiodasi appunto, è un seleno-enzima. Inoltre è un costituente fondamentale della glutatione perossidasi, un altro seleno-enzima, che ha azione antiradicalica nei confronti degli idroperossidi, sostanze tossiche per il metabolismo cellulare. E’ dimostrata una sua azione immunomodulante e antinfiammatoria con sensibile riduzione del titolo autoanticorpale con abbassamento dei livelli degli anticorpi antitireoperossidasi (AbTPO) e antitireoglobulina (AbTg) responsabili della tiroidite di Hashimoto. Sec. gli studi di Gartner e Turker, il trattamento con L-seleniomertionina (che è la forma con maggiore biodisponibilità, alla dose di 200 mcg die per 3 mesi, ha ridotto l’attività infiammatoria nei pazienti affetti da Tiroidite autoimmune, in particolar modo in quelli con attività maggiore. Il selenio, quindi, per la sua azione antiossidante e antiradicalica, si comporta come una sostanza ad azione antinfiammatoria. Ne consegue che ogni situazione patologica o parafisiologica che comporta un aumento dello stress ossidativo e/o della flogosi, può trarre beneficio dalla somministrazione di selenio. In uno studio randomizzato in doppio cieco, su un gruppo di pazienti con artrite reumatoide, la supplementazione di 200 mcg di selenio per 3 mesi, ha significativamente ridotto il dolore e migliorato la funzionalità articolare. In un altro studio, con un numero ridotto di pazienti con pancreatite acuta, la somministrazione endovenosa di selenite di sodio ed altri antiossidanti ha ridotto la mortalità dell’89% in confronto ai controlli non trattati. Anche nell’asma, la somministrazione di selenio alla dose di 100 mcg/die, ha dimostrato di avere effetti benefici sul broncospasmo. Gli alimenti ricchi di selenio sono: le noci del Brasile, i reni di maiale, il tonno in scatola, le patate al selenio, i cereali, i pesci e frutti di mare, soprattutto le ostriche, le uova, il lievito di birra, i broccoli, i cavoli, i cetrioli, i ravanelli, l’aglio e le cipolle. I migliori integratori sono quelli che contengono il selenio organificato nell’aminoacido metionina al posto dello zolfo (L-selenomethionine 200 mcg) perché dotato di maggiore biodisponibilità.

Da questa disamina se ne deve dedurre che un regime dietetico basato sui consigli prima indicati può sicuramente migliorare lo stato di salute generale ed incidere positivamente sulla reattività immunologica e antiflogistica dell’organismo migliorando il decorso di alcune malattie autoimmunitarie ed agevolando la remissione delle fasi di riacutizzazione.

 

APPROFONDIMENTO SU ALCUNE PATOLOGIE AUTOIMMUNI

IPOTIROIDISMO

  • Sindrome del sistema endocrino dovuto ad un deficit degli ormoni tiroidei, che comporta una riduzione generalizzata dei processi metabolici. Nella donna è strettamente collegato alla capacità di produrre ormoni sessuali efficienti, quindi casi di infertilità o difficoltà a concepire dovuti a problemi tiroidei.
  • Nella donna in gravidanza, livelli alti di TSH (superiore a 2,5), si è visto, si correlerebbero a fattori di rischio per deficit cognitivi nel nascituro.
  • In gravidanza, valori di TSH superiori a 5 si correlano, oltre che ai suddetti problemi al bambino, anche a problematiche della gravidanza stessa.
  • La forma di ipotiroidismo autoimmune si chiama sindrome di Hashimoto ed è caratterizzata dalla presenza di ormoni antitiroidei (antiTPO e/o antiTG), oltre che da TSH elevato (ma ci sono casi di TSH non elevato); si collega ad altre patologie autoimmuni. C’è da dire che molte donne hanno gli anticorpi positivi (ma TSH normale, ecografia normale). Possibili aborti (reazioni auto immunitarie).
  • I sintomi dell’ipotiroidismo generico sono molteplici: stanchezza, brain fog, gonfiore, difficoltà a perdere peso, freddolosità, dolore alle articolazioni, digestione difficile, transito intestinale rallentato, fibromialgia, depressione…

Effetti di Ipotiroidismo su:

  • Cuore: ipotensione
  • tessuto nervoso: dolorabilità periferica e rallentamento mentale
  • pelle: disidratazione mucose, secchezza
  • ossa: demineralizzazione
  • sangue: cattiva circolazione
  • tessuto adiposo e termogenesi: facilità ad accumulare grasso e diminuita termogenesi (persone freddolose)

Nota: Il farmaco che generalmente viene dato per l’ipotiroidismo è la levotiroxina (T4); se i sintomi dell’ipotiroidismo sono dovuti ad una carenza di T3 perché c’è una difficoltà a convertire il T4 in T3 è poco utile dare solo la levotiroxina. Esistono altri farmaci nei quali è presente anche T3. Di solito quando si vuol controllare se l’ipotiroidismo è compensato oppure no, si va a controllare solo il TSH (reflex): ERRORE! Infatti, la levotiroxina ha il potere di abbassare il TSH, ma se si andasse a verificare anche il T3, si scoprirebbe che a volte non è cambiato nulla, è sempre basso (o tendente al basso), di qui sintomi persistenti nonostante la conclusione errata di ipotiroidismo “compensato”, solo per il valore normalizzato di TSH: la conseguenza è la prescrizione di altri farmaci per curare quei sintomi che invece sono sempre dell’ipotiroidismo.

Conclusione: FARE ANALISI COMPLETE, ANCHE IL T3. Importante anche testare gli anticorpi (antiTPO – AntiTG) almeno una volta l’anno. Infatti, la levotiroxina non fa sempre abbassare gli anticorpi, che a volte rimangono alti (ad es. quando è presente difficoltà dell’intestino, o per disbiosi, leaky gut, o quando è presente infiammazione organica); quindi, finchè non si agisce su questi fattori è improbabile che gli autoanticorpi calino, e questo rema contro la completa regressione dei sintomi e la terapia dell’ipotiroidismo.

 

Approccio classico all’ipotiroidismo

  • Dieta ipocalorica, low-carb e low-fat, associata ad attività sportiva aerobica prolungata e frequente.
  • “Mangio poco e non dimagrisco, allora restringo ulteriormente le quantità e faccio più sport”: la conseguenza è il logorio del corpo.
  • Conseguenze:
  1. abbassamento della conversione T4 > T3
  2. diminuzione del metabolismo
  3. aumento del cortisolo
  4. frustrazione
  5. nervosismo
  6. stanchezza
  7. abbandono della dieta e possibili abbuffate.

Approccio sensato all’ipotiroidismo

  • Mirare all’aumento del metabolismo attraverso dieta più ricca di grassi e proteine nobili, ciclizzando i carboidrati, escludendo endocrine-disruptor (interferenti endocrini: la soia ad esempio va ASSOLUTAMENTE EVITATA) e incentivando la corretta attività sportiva personalizzata.
  • Inizialmente NON aspettarsi (necessariamente) dimagrimento, ma aumento generico delle energie e del benessere dalla paziente.
  • Valutare se iniziare con dieta proteica e disinfiammante (se il paziente viene già da una dieta iperproteica meglio evitarla) > Proteine nobili (no legumi) e fresche > Abbondanza di verdura e spezie, limitazione delle frutta > Adeguato apporto idrico > Grassi limitati
  • In seguito proseguire con dieta frazionata (no digiuno!) con ciclizzazione dei Carboidrati > Inserire CHO preferibilmente al mattino da fonti gluten-free/grain-free > riservare una percentuale di CHO a finestre anaboliche post-allenamento > Aumentare l’apporto lipidico da olio evo e di cocco, avocado, cocco > Proteine nobili e fresche (non affettati, non conservati), prevalentemente da pesce (iodio + omega3) e uova.
  • Non credere che la dieta sia la soluzione all’ipotiroidismo: va associata a terapie/integrazioni adeguate, sport, motivazione del paziente, eventuali aiuti da linfodrenaggio e agopuntura.

 

MALATTIE AUTOIMMUNI E INTESTINO

Quello che sapevamo fino ad ora:

  • In caso di celiachia l’unica terapia possibile è la sospensione totale del consumo di glutine.
  • In caso di diabete tipo 1 vi è una correlazione tra sintomi della malattia e quantità di cibo (carboidrati) introdotti.
  • Chi soffre di Malattia Autoimmune può avere un sistema immunitario più fragile, correlato a problematiche del GALT (tessuto linfoide associato all’intestino).

Quello che si sa oggi:

L’alterazione della permeabilità intestinale, detta anche “leaky gut syndrome“, è oggi fortemente sospettata di essere l’origine di tutte le malattie autoimmuni.

Una permeabilità intestinale patologica può essere seriamente dannosa per la salute: per esempio le proteine più grandi possono attraversare la parete intestinale ed entrare in circolo; quando questi peptidi entrano nel sangue, diventano i bersagli delle immunoglobuline circolanti che formano complessi immunitari che penetrano nei vari tessuti, dove possono provocare infiammazione e vari processi degenerativi. Inoltre questa maggiore permeabilità permette anche a tossine, batteri, funghi e parassiti, che in condizioni normali non potrebbero passare, di superare la barriera protettiva ed entrare nel sangue. Se la quantità di queste sostanze supera la normale capacità detossificante del fegato si creano varie sintomatologie, tra cui: confusione, perdita di memoria, mente annebbiata, sudorazioni improvvise. Insomma, è difficile mantenersi in buona salute senza mantenere una permeabilità intestinale equilibrata e normale.

Ultimi studi che correlano alcune malattie auto-immunitarie con l’alterazione del Microbioma Intestinale:

  • Artrite reumatoide: Sono ormai tante le evidenze scientifiche che sottolineano una strettissima correlazione tra alcune malattie autoimmuni e il ruolo del microbiota intestinale (la flora intestinale), evidenziando un netto peggioramento in relazione a una dieta pro-infiammatoria. Quest’ultima infatti porta ad un cambiamento della tipologia di microbiota intestinale; in particolare, una dieta ricca in proteine animali, zuccheri semplici e grassi, si traduce in una ridotta diversità del microbiota con prevalenza di Bacteroidetes spp. Interventi dietetici, grassi provenienti dal pesce, riduzione nell’assunzione di proteine animali tra le altre possibili strategie, possono modificare la diversità batterica nell’intestino e condurre talvolta ad una riduzione dell’infiammazione. Anche il fumo è un potente disregolatore immunitario e rappresenta un fattore di rischio per l’Artrite. J Transl Med 2016 – Microbiota and chronic inflammatory arthritis: an interwoven link
  • Diabete 1: negli ultimi anni il microbiota intestinale è stato proposto come fattore principale nella patogenesi del Diabte tipo 1. Il decremento del rapporto Firmicutes/Bacteroides è il tipo più descritto negli studi sull’uomo. La disbiosi sembrerebbe aumentare la permeabilità intestinale e così promuovere lo sviluppo di una nicchia pro-infiammatoria che stimola l’autoimmunità contro le celle Beta in soggetti predisposti; la disbiosi quindi sarebbe direttamente proporzionale all’intensità della patologia. Ann Med 2016 – Is there a role for gut microbiota in type 1 diabetes pathogenesis?
  • Sclerosi multipla: la “Western diet”, cioè la Dieta Occidentale che tutti noi, qui in Italia, seguiamo ogni giorno, peggiora la risposta autoimmune ed è, secondo ormai tanti studi, in correlazione anche con la Sclerosi Multipla. Cell Mol Life Sci 2016 – Environmental factors in autoimmune diseases and theris role in multiple sclerosis
  • Lupus eritrematoso sistemico: anche il Lupus è sempre più correlato alla disbiosi, cioè all’alterazione dell’equilibrio della flora intestinale (microbioma) in seguito ad un’alimentazione di tipo pro-infiammatorio che altera quell’equilibrio favorendo la permeabilità intestinale con . J Autoimmun 2016 – A clinical update on the significance of the gut microbiota in systemic autoimmunità
  • Malattie autoimmuni in generale: possibilità terapeutiche con manipolazione dietetica/di integrazione per disbiosi. Autoimmun Rev 2016 – Microbiota at the crossroads of autoimmunity Clin Transl Immunology 2016 – Dietary metabolites and the gut microbiota: an alternative approach to control inflammatory and autoimmune diseases Semin Immunol 2015 – Nutritional control of immunity: balancing the

LEAKY-GUT, DISBIOSI E ALIMENTAZIONE (alcuni studi)

  • L’esposizione cronica alla gliadina (proteina presente nel glutine del frumento e di altri cereali) causa una down-regolazione dell’espressione (scarsa espressione) di geni collegati ad una specifica proteina, la zonulina, presente nella parete intestinale a livello delle giunzioni serrate, dette Tigh Junction, che svolgono una funzione sigillante, ossia uniscono le due cellule adiacenti senza lasciare interstizi, in modo che le molecole idrosolubili non filtrino facilmente tra una cellula e l’altra; questo sia in soggetti celiaci che non-celiaci. L’esposizione cronica al glutine è direttamente collegata all’aumento della permeabilità intestinale.
  • L’uso di caseine idrolizzate migliora la permeabilità intestinale, diminuendo la produzione di zonulina, in topi con diabete 1.
  • La somministrazione di glutammina e curcumina può diminuire lo stato infiammatorio e favorire il ripristino della permeabilità intestinale [5 grammi x 2 volte al giorno]. Il problema è che serve una grossa somministrazione dell’aminoacido 10 capsule/die dispendioso eventualmente meglio in polvere sapore pessimo.
  • La lattoferrina aiuta il rafforzamento del sistema immunitario, promuovendo eubiosi [latte di mamma, Whey idrolizzate (non quelle isolate e/o concentrate), integratori specifici (colostro)]
  • Il brodo di ossa, ricco di aminoacidi, prolina, glicina, potassio e collagene, favorisce le funzioni antiossidanti intestinali e il ripristino dell’impermeabilità utile in malattie autoimmuni. Importante un cucchiaio di aceto per estrarre meglio le sostanze dalle ossa. Meglio proventi da animali di qualità. Digestione non ottimale; è bene iniziare anche solo con un cucchiaio al giorno. Una scodella intera è controproducente per l’intestino; va trattato come un farmaco!!. Si può surgelare ad esempio nei cubetti di ghiaccio, ed utilizzarne un paio al giorno.
  • Alimenti fermentati, come probiotici, kefir (latte fermentato con i grani di kefir non quello in polvere), kombucha (tè)…, aiutano a combattere la candidosi e a migliore le funzionalità digestive. Attenzione ai crauti fermentati troppo velocemente. Meglio farlo a casa, con il metodo macrobiotico.
  • I grassi “sani” permettono un miglioramento del quadro vitaminico
  • L’ALLONTANAMENTO DALLA “WESTERN DIET” o DIETA OCCIDENTALE PERMETTE UN GENERALE MIGLIORAMENTO DELLE CONDIZIONI DI SALUTE IN CASO DI LEAKY GUT E/O DISBIOSI (ma in generale un miglioramento della salute in toto).

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Dott. Pepino Francesco

Biologo Nutrizionista at Bergamo
info@pepinonutrizionista.it
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