NUTRIZIONE CLINICA E DIETETICA

La Dietetica e Nutrizione Clinica è una specialità dell’area sanitaria finalizzata al mantenimento o al raggiungimento di un adeguato stato di nutrizione del paziente attraverso interventi preventivi, diagnostici (Bioimpedenziometria, Calorimetria indiretta, Adipometria, misure antropometriche e altro) e terapeutici.

Lo stato di nutrizione può influire sull’andamento, sull’insorgenza, di complicanze e sulla prognosi di molte patologie e viene variamente compromesso in corso di malattie.

L’ intervento di Nutrizione clinica si esplica prevalentemente in due ambiti:

  1. prevenzione e/o terapia della malnutrizione (per difetto o per eccesso) derivante dallo stato di malattia;
  2. prevenzione e/o terapia delle patologie in cui l’indirizzo dietetico è componente terapeutica essenziale.

Prima di stilare un piano di terapia dietetica, assolutamente personalizzato, verrà esaminata con accuratezza l’esistenza di un “reale” bisogno nutrizionale specifico, relativo ad una condizione fisiopatologica, accertata da diagnosi medico-specialistica che il paziente presenterà in studio, meglio se accompagnata da analisi cliniche e/o strumentali recenti.

A seconda dei casi, la dietoterapia interverrà rispettivamente sull’apporto energetico, sia della giornata che dei singoli pasti, sulla quantità e distribuzione relativa dei macronutrienti (Carboidrati, Lipidi e Proteine), su quella dei micronutrienti (sodio, fosforo, calcio, etc.) e della fibra alimentare (solubile e insolubile), sul timing e sul numero dei pasti nella giornata, sulla consistenza degli alimenti (diete semiliquide, liquide, etc.), sull’accoppiamento di taluni cibi, sulla eliminazione e/o ciclizzazione di alcuni alimenti e/o nutrienti. Verrà inoltre valutata la possibilità di ricorrere a Nutrizione artificiale.

Quella di seguito è una sintesi delle principali patologie di interesse nutrizionale, spesso in combinazione tra loro, per le quali sarà prevista una dietoterapia personalizzata e condivisa col paziente:
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OBESITÀ PRIMARIA E SECONDARIA

Premesso che l’obesità rappresenta una patologia complessa che necessita di un approccio complesso ed interdisciplinare (team multidisciplinare) e, possibilmente, adattato di volta in volta alle esigenze del singolo paziente, posso affermare che la terapia non farmacologica dell’Obesità e del grave Sovrappeso va indirizzata alla correzione di abitudini alimentari errate (educazione alimentare) ed alla ripresa di un’attività fisica compatibile con le condizioni cliniche attuali del paziente: in altre parole, spesso occorre instaurare un programma di riabilitazione fisica e nutrizionale. Tale intervento integrato, se adeguato, non è solo correttivo ma potenzia l’efficacia delle singole componenti.

L’intervento di correzione dell’obesità, in assenza di altre specifiche indicazioni terapeutiche, deve mirare alla riduzione di circa il 10 percento del peso iniziale (ottenuta con perdita prevalente di tessuto adiposo), soprattutto nel caso di obesità di I o II grado, o di franco sovrappeso, in un tempo ragionevole, da 4 a sei mesi. Solo in caso di Obesità di III grado la necessità della riduzione di peso iniziale risulta essere superiore a questa quota convenzionale del 10 %.

Le strategie dietetiche per contrastare l’obesità sono numerose, e vanno sempre valutate caso per caso, perché, mai come per l’obeso, le variabili in gioco sono in numero elevatissimo, di conseguenza, vanno plasmate e cucite addosso al singolo individuo e alla singola situazione che di volta in volta si presenta.
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SINDROME METABOLICA

Rappresenta un gruppo di alterazioni metaboliche che si associano più frequentemente di quanto atteso e che aumentano in modo sinergistico il rischio Cardiovascolare. Le alterazioni metaboliche secondo la WHO comprendono il Diabete tipo 2 o insulino-resistenza, e in aggiunta 2 o più dei seguenti criteri:

  • Obesità viscerale: BMI >30 e/o per i Maschi: rapporto vita/fianchi >0.90 e per le Femmine: rapporto vita/fianchi >0.85
  • Trigliceridi ≥ 150 mg/dl
  • Colesterolo HDL, per i Maschi <35 mg/dl, per le Femmine <39 mg/dl
  • Pressione arteriosa ≥140 mmHg o ≥90 mmHg o trattamento con anti-ipertensivi
  • Albuminuria ≥20 μg/min o ≥30 mg/g Cr

Esistono anche altri criteri diagnostici oltre quelli della WHO, come NCEP ATP III (considera la circonferenza vita, glicemia a digiuno,…), IDF, EGIR, ACEE e altre.

Indipendentemente dai criteri diagnostici ogni intervento dietoterapico sarà rivolto a ridurre, o addirittura eliminare, i singoli fattori di rischio, avendo come punto di partenza quella di determinare un calo ponderale, mirato alla perdita della sola componente di tessuto adiposo in eccesso, specie di quello maggiormente pericoloso, il viscerale. La riduzione del peso corporeo è di per sé capace di migliorare l’insulino-sensibilità (che affligge la quasi totalità dei pazienti affetti da tale sindrome) e, quindi, di esercitare effetti benefici su tutte le altre alterazioni che caratterizzano la sindrome metabolica.
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DISLIPIDEMIE (ipercolesterolemie, ipertrigliceridemie)

  • Possono essere primitive, geneticamente determinate, o acquisite (forme secondarie a diabete, ipotiroidismo, IRC, sindrome nefrosica, alcool, colestasi, linfomi, gammopatie, farmaci).
  • L’importanza clinica delle iperlipoproteinemie deriva dal loro ruolo nell’aterogenesi e quindi nelle patologie cardiovascolari; l’ipertrigliceridemia severa si associa invece al rischio di pancreatite acuta.
  • La dieta è il primo approccio terapeutico, ma in alcune forme geneticamente determinate non è sufficiente.
  • Obesità e sovrappeso (in particolare obesità viscerale) accrescono incidenza e gravità delle alterazioni lipidiche e lipoproteiche.
  • Attività fisica regolare consigliatissima [attività aerobica su grandi gruppi muscolari; intensità tra 40-70% di HRR; frequenza di 5 o più giorni/settimana; durata 40-60 min (o 2 sessioni/giorno di 20-30 min)].
  • Se dopo 6 mesi di dietoterapia stretta o 3 mesi nelle forme più severe non sono stati raggiunti i target prefissati, in tal caso è necessaria terapia (a seguito di prescrizione medica) con farmaci ipocolesterolemizzanti (statine) e derivati dell’acido fibrico (fibrati) per ipertrigliceridemia.
  • Il National Cholesterol Education Program (NCEP), Adult Treatment Panel (ATP) III ha affermato la validità dei cambiamenti dello stile di vita come terapia di scelta per la prevenzione primaria.
  • Esistono nuovi fattori di rischio da avere nella dovuta considerazione:
    • Omocisteina elevata
    • Livelli di Apo A e Apo B
    • Iperlipidemia post-prandiale
    • LDL piccole e dense

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IPERTENSIONE ARTERIOSA

Primitiva (predisposizione genetica) e secondaria a diverse patologie (malattie renali, endocrine, ma anche eccesso liquirizia..).

Obiettivi della Terapia Nutrizionale: limitare il trattamento farmacologico e sospenderlo nel casi di IA lieve; prevenire o limitare il rischio cardiovascolare. A tale scopo è necessario che il paziente segua uno stile di vita corretto, una dieta equilibrata e faccia attività fisica.

Le diete maggiormente utilizzate per l’ipertensione sono:

  • Dieta mediterranea
  • Dieta iposodica
  • Dieta DASH (dietary approach to stop hypertension)

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DIABETE

  • Tipo I. Il Diabete di tipo 1 è spesso definito “giovanile” in quanto si presenta solitamente in giovane età e costituisce circa il 10% dei casi. Questa forma di diabete è causata da un attacco del nostro sistema immunitario contro le cellule β del pancreas che porta progressivamente, attraverso meccanismi non ancora completamente noti, alla distruzione delle cellule stesse. Di conseguenza, il paziente affetto da Diabete di tipo 1, non avendo cellule β funzionanti è incapace di produrre l’insulina e dovrà inevitabilmente ricorrere all’ausilio di insulina esogena iniettata ogni giorno e per tutta la vita. Si tratta quindi di una vera e propria malattia autoimmune.  Tra i numerosissimi dettagli da prendere nella dovuta considerazione, secondo recenti studi, è da porre attenzione alla disbiosi intestinale direttamente proporzionale all’intensità della patologia.
  • Tipo II. Il diabete di tipo 2 rappresenta circa il 90% dei casi di questa malattia. La causa di tale patologia non è tanto la incapacità del pancreas di produrre insulina quanto la incapacità dei tessuti di rispondere correttamente al suo segnale. Si instaura una condizione definita di insulino-resistenza caratterizzata da tessuti che, non rispondendo a tale ormone, non riescono a far entrare il glucosio. In linea generale questa forma di diabete si presenta in età più avanzata, verso i 30-40 anni, ed è strettamente correlata con fattori di rischio quali il sovrappeso, l’obesità, la familiarità e lo scarso esercizio fisico. L’educazione alimentare è un pilastro imprescindibile per il trattamento di questa patologia cronica che accompagna il paziente per il resto della sua vita.
  • Diabete Gestazionale. E’ un’alterazione del metabolismo dei carboidrati con vario grado e severità, che può insorgere durante la gravidanza nel secondo e terzo trimestre.
    In questo periodo, oltre ad una serie di cambiamenti fisici e fisiologici, si instaura nella madre una condizione di insulino-resistenza dovuta alla maggiore produzione dell’ormone lattogeno placentare, di estrogeni, progesterone ed altri ormoni controregolatori (cortisolo, catecolamine e GH).  Il profilo glicemico delle gestanti affette da GDM è caratterizzato da valori bassi di glicemia durante il digiuno e picchi nel periodo post-prandiale. In questa fase, l’iperglicemia non trattata provoca il passaggio attraverso la placenta di un’elevata quantità di glucosio, stimolando nel feto una maggiore produzione di insulina.  Questa condizione può causare una serie di complicanze anche per il feto.
    Subito dopo il parto, i valori glicemici della madre ritornano normali. Tuttavia, resta rilevante il rischio, in seguito, di manifestare alterazioni metaboliche come diabete mellito di tipo 2 e sindrome metabolica. È ormai noto come obesità e un non corretto stile di vita, assieme ad una serie di concause predisponenti, siano i principali fattori di rischio.
    Anche in gravidanza perciò una moderata attività fisica ed un’alimentazione bilanciata sono tra i principali fattori di prevenzione. Varie strategie possono essere utilizzate a tale scopo.
    La dieta deve essere idonea e bilanciata, sostituendo cibi grassi e ad alta densità calorica con frutta e verdure che danno senso di sazietà. Per ridurre le oscillazioni glicemiche e ridurre il senso di fame, è consigliato frazionare i pasti durante il giorno in tre principali e due spuntini.
    È importante che la maggior parte dei carboidrati introdotti siano rappresentati da carboidrati complessi e a basso indice glicemico, con una particolare attenzione alle fibre vegetali.
    A tale scopo è consigliabile il consumo di cereali integrali, legumi, ortaggi e frutta fresca, anche per garantire un corretto apporto di vitamine e sali minerali.
    Nei pasti principali è importante inserire anche alimenti ricchi di proteine ad alto valore biologico, come carne, pesce, uova e formaggi in modo da garantire il corretto accrescimento fetale.
  • Andare oltre la conta dei carboidrati (attenzione anche a proteine, lipidi,…), che in ogni caso resta ancora il gold standard per la gestione della malattia e la prevenzione delle complicanze

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EPATOPATIE

Il fegato è un organo fondamentale per la vita, tra le sue numerose funzioni si possono ricordare quella ghiandolare (produce sali biliari, bile, colesterolo, albumina, protrombina…), quella detossificante (è capace di metabolizzare molte tossine), di accumulo di vitamine e ha anche un ruolo emopoietico.

Produce inoltre glicogeno, una riserva di zuccheri disponibile per la mobilitazione in caso di necessità nel resto dell’organismo, e molte proteine importanti per la salute umana.

È quindi un organo complesso, che può essere danneggiato in molti modi: si conoscono infatti molti tipi di patologie associate al fegato,

  • alcune infettive,
  • altre date dallo stile di vita,
  • altre ancora genetiche.

Per questi motivi, oltre ad interventi preventivi della salute del fegato, è necessario prescrivere piani alimentari specificamente elaborati per le seguenti condizioni patologiche di interesse epatico:

  • NAFLD (Non-Alcoholic Fatty Liver Disease); condizione patologica caratterizzata dall’accumulo di lipidi nel fegato. Generalmente questa si manifesta in concomitanza di un’altra serie di patologie, quali insulino-resistenza, diabete di tipo 2, obesità o dislipidemie ed altri disordini metabolici.
  • NASH (Non-Alcoholic SteatoHepatitis), complicazione che può evolvere in fibrosi o cirrosi epatica; allo stato attuale si stima che circa il 10-35% della popolazione mondiale ne sia affetto.
  • Cirrosi epatica e dieta nel paziente cirrotico compensato/scompensato (dieta ipoproteica)
  • Epatite acuta/cronica;
  • Presenza di ascite (accumulo di liquidi a livello addominale conseguenza della cosiddetta ipertensione portale, ovvero un aumento della pressione del sangue all’interno dei vasi del fegato: il risultato è una fuoriuscita di liquidi dai vasi e accumulo degli stessi nei tessuti circostanti.);
  • Presenza di encefalopatia (complicazione dei danni al fegato che interessa la salute del cervello. Non riuscendo più a lavorare correttamente, il fegato fa accumulare nell’organismo tossine come l’ammoniaca che danneggiano i neuroni in vari modi);
  • Neoplasie del fegato;
  • Dieta post trapianto epatico.

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COLELITIASI E COLECISTECTOMIA

La colecistectomia laparoscopica è uno degli interventi oggi più frequentemente ed ubiquitariamente eseguiti. Il motivo della sua diffusione è legato all’elevata frequenza della principale malattia della colecisti, la calcolosi, detta anche colelitiasi. La patogenesi di questa malattia è multifattoriale; tipicamente viene descritta come “la malattia delle 4 F” (female, forthy, fatty, fertility), essendo più frequente nelle donne, sovrappeso od obese, intorno ai 40 anni e fertili. Anche l’uso di contraccettivi orali, l’alimentazione ricca in grassi animali e sali di calcio, ed alcune malattie come il diabete, la cirrosi epatica od il morbo di Crohn si associano ad un aumento nell’incidenza della calcolosi della cistifellea.
RACCOMANDAZIONI DIETETICHE GENERALI

  • Dieta Ipolipidica/normo-proteica con pasti piccoli e frazionati per impedire tempi di svuotamento troppo prolungati e il rischio di sovra-saturazione a digiuno della bile.
  • Consumare cibi che aiutano a normalizzare il transito gastrico e intestinale.
  • Cottura al vapore, ai ferri, alla griglia, alla piastra, al forno, al cartoccio.
  • Ridurre i grassi soprattutto di origine animale, bevande ed alimenti ricchi di zuccheri.
  • Buona idratazione
  • Assumere adeguate porzioni di frutta e verdura.
  • Viene poi fornita una lista di alimenti consigliati, da limitare, e vietati.

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PANCREATITI

  • Pancreatite Acuta:
    • Sospensione dell’alimentazione per os ed impostazione programma alimentare artificiale di NPT o NPP bilanciato in nutrienti, liquidi, sali e vitamine. L’apporto lipidico per via venosa verrà ridotto se presente dislipidemia, quindi sacca a ridotto contenuto di grassi.
    • Alimentazione NE tramite sondino naso-digiunale o tramite digiuno-stomia
    • Alimentazione per os in 3 fasi
  • Pancreatite cronica, schema dietetico:
    • 35-40 kcal/kg di peso desiderabile/die
    • Proteine 1,5 g/kg di peso desiderabile /die
    • Lipidi < 25 % delle  Tot.
    • CHO 60 % delle cal. tot.
    • Fibre 30-35 g.
    • Supplementi: vitamina B12, D, calcio.
    • Abolire alcol
    • Suddividere la dieta in 5-6 pasti

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MALATTIE RENALI

  • Insufficienza renale acuta (IRA)

prevenzione fondamentale per scongiurare una IRC

  • Insufficienza renale cronica (IRC)

obiettivo principale: ritardare l’ingresso del paziente in dialisi

Trattamento dietetico nutrizionale specifico e personalizzato (fin dagli stadi iniziali (CKD I-II) è utile la “normalizzazione” dell’apporto proteico (cioè uguale al RDA [Recommended Dietary Allowance] di 0,8 g/kg/die); dallo stadio III: dieta ipoproteica-ipofosforica; uso di prodotti aproteici; apporto controllato di sodio. In stadio 5, dieta fortemente ipoproteica-ipofosforica)

  • Dialisi

Una volta entrato in dialisi, non finisce una dieta, ne inizia un’altra. La terapia nutrizionale del paziente in dialisi mira a:

  1. ridurre l’accumulo di prodotti del catabolismo, dei liquidi e degli elettroliti (potassio, sodio, fosforo)
  2. prevenire le complicanze metaboliche della CKD;
  3. apportare i nutrienti che si perdono durante il trattamento dialitico come vitamine, sali minerali, proteine
  4. promuovere uno stato nutrizionale soddisfacente: contrastare la malnutrizione.
  • Calcoli renali

Dieta specifica per prevenirli o limitarli nelle dimensioni.
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DISFUNZIONI DELL’APPARATO GASTRO-INTESTINALE

    • Mantenimento del Microbiota intestinale. L’intestino umano ospita centinaia di diverse specie di batteri (con un numero di cellule batteriche che supera l’intero ammontare delle cellule che compongono il corpo umano) e costituisce un vero e proprio ecosistema che svolge ruoli fisiologici importantissimi per la salute dell’ospite, tanto da essere considerato come un “organo microbico”, che lavora all’interno dell’organismo. Prendersi cura dell’intestino di una persona e del suo Microbiota (la cosiddetta “Flora batterica”) significa prendersi cura della sua salute nel complesso.
    • Diverticolosi e diverticolite (e stipsi). In tema di patologie gastrointestinali, ed in particolare del tratto intestinale, un occhio di riguardo va riferito ai diverticoli. Essi sono delle estroflessioni dell’intestino, ovvero delle ernie che colpiscono la parete intestinale in particolare a livello di colon e sigma. Parlando di diverticoli c’è da distinguere varie terminologie:
      • diverticolosi: fa riferimento alla presenza anatomica dei diverticoli nel colon
      • malattia diverticolare: si intende la sintomatologia che deriva dalla presenza dei diverticoli
      • diverticolite: è la complicanza infiammatoria della diverticolosi

      L’incidenza aumenta con l’età e non sembra sia correlata al sesso; è però molto comune in tutto il mondo Occidentale. Diversi studi sostengono che una dieta povera di fibre alimentari sia un rischio di grande rilevanza per la manifestazione di questa patologia e questo perché la scarsità di fibre alimentari conduce alla formazione di feci dure con difficoltà di espulsione, provocando situazioni infiammatorie; un altro fattore è rappresentato da alterazioni della motilità del colon dipendenti dal rallentamento nel transito delle feci. La fibra di frutta e verdura si è dimostrata la più utile ed efficace per cui il soggetto è invitato a consumare ogni giorno 5 porzioni di frutta e verdura. C’è da porre attenzione sull’asportazione dei semi e sull’evitare cibi da cui è difficile  allontanare la fibra, ad esempio fragole, fichi, more, kiwi, nocciole, mandorle. In questo modo si vuole evitare che semi o alcune parti poco frantumabili rimangono intrappolate nei diverticoli determinando la comparsa di un processo infiammatorio. L’aumento della quantità di fibra nella dieta deve essere lento e graduale. Nel momento in cui si viene a creare uno stato infiammatorio, la diverticolite, si manifestano sintomi molto forti che prevedono un trattamento antibiotico ed una dieta liquida a base di yogurt, succhi, tisane, brodi vegetali; quando l’infiammazione provoca sintomi molto intensi il ricovero ospedaliero diviene inevitabile. La comparsa di complicanze è maggiore tra i pazienti che utilizzano farmaci antiinfiammatori e assumono poca fibra, oppure tra coloro che conducono una vita sedentaria.

    • Gastrite e ulcera peptica. La gastrite è una condizione di infiammazione della mucosa gastrica. Normalmente lo stomaco è internamente rivestito da una mucosa che lo protegge dai succhi acidi che contiene e responsabili del processo digestivo. Quando la mucosa si indebolisce o viene danneggiata i succhi acidi digestivi corrodono la parete dello stomaco danneggiandola e causando infiammazione.  Se i sintomi compaiono all’improvviso e si protraggono per breve tempo si ha una condizione di gastrite acuta. Se, invece, si protraggono per un tempo più lungo si ha la condizione di gastrite cronica. Quest’ultima situazione è più subdola perché può trasformarsi in ulcera gastrica ed aumentare il rischio di tumore allo stomaco. Numerosi i consigli alimentari pratici che possono essere dati per migliorare o prevenire questa fastidiosa, e, spesso, grave condizione.

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    • Reflusso gastro-esofageo. Il reflusso gastro-esofageo (RGE) è un processo fisiologico normale che solitamente si manifesta dopo aver consumato un pasto. Al contrario, la malattia da reflusso gastro-esofageo (MRGE) si verifica quando il reflusso gastro-esofageo causa sintomi abbastanza gravi da meritare un trattamento medico.

      Il termine reflusso gastro-esofageo identifica il passaggio di materiale gastrico acido e/o alcalino nell’esofago. Si tratta di un evento fisiologico comune che può capitare a tutte le età dall’infanzia alla vecchiaia, è spesso asintomatico e si verifica più frequentemente dopo i pasti. La causa principale del reflusso gastro-esofageo è l’ernia iatale con coinvolgimento dello sfintere esofageo inferiore. I disturbi sono la pirosi e il reflusso gastrico (rigurgito) e nel tempo può comparire un’esofagite erosiva, di Barrett o un adenoma esofageo. La sindrome da reflusso gastro-esofageo indica, invece, una condizione clinica caratterizzata da reflusso gastro-esofageo con comparsa di sintomi in grado di interferire con la qualità della vita (per esempio, disagio o dolore urente epigastrico e/o retrosternale) tanto da meritare un trattamento medico.

      In caso di reflusso gastrico, dieta e alimentazione hanno un ruolo fondamentale. Pertanto se soffrite di malattia da reflusso gastro-esofageo è importante cambiare e/o modificare il vostro stile di vita che significa innanzitutto:
      – mantenersi normopeso
      – non fumate e non bevete caffè ed alcool;
      – evitate di consumare pasti troppo abbondanti, mentre preferite di spalmare le calorie nei canonici 5 pasti al giorno, di cui 2 snack, tamponerete l’acidità di stomaco che aumenta col digiuno prolungato.
      – a causa del contenuto in teina, che può irritare e quindi peggiorare i sintomi del reflusso, sarebbe meglio ridurre al minimo il consumo di tè in bustina o in foglie. Sconsigliati anche i tè in bottiglia deteinati per via dell’alto contenuto di zuccheri.
      – evitate cibi grassi come salumi e insaccati, ma anche cioccolato, menta, agrumi, pomodori, cipolle, spezie, succhi di frutta confezionati, yogurt, bevande gassate, fritture e chewing-gum.
      – durante i pasti ricordatevi di masticare ogni boccone lentamente e a lungo, aiuterete la digestione.
      – Oltre ad evitare di assumere pasti troppo abbondanti (soprattutto la sera) è anche bene non sdraiarsi subito dopo averli assunti. Meglio fare una passeggiata per facilitare la digestione e ridurre spiacevoli sintomi.
      – Sapete che anche lo stress può peggiorare i sintomi della malattia da reflusso gastro-esofageo? L’attività fisica viene in aiuto anche in questo caso, incanalando lo stress che potete aver accumulato! Non devete per forza iscrivervi in palestra, è sufficiente una camminata di mezz’oretta al giorno, ogni giorno, a passo spedito per mantenervi in salute.
    • Sindrome del colon irritabile (IBS). E’ un disturbo di cui soffre quasi il 20% della popolazione adulta caratterizzato da sintomi cronici o ricorrenti come gonfiore, crampi e dolori addominali, nausea, diarrea o stitichezza, meteorismo e flautolenza. La IBS non provoca danni all’intestino ma causa disagio e stress, fino a diventare in alcuni casi invalidante e non permettere di svolgere una normale vita sociale, di fare viaggi anche brevi e addirittura di lavorare. Spesso i farmaci non aiutano in questa situazione e molti soggetti, riscontrando un’associazione tra assunzione di un certo alimento ed i loro disturbi, ricorrono a test delle intolleranze alimentari di “dubbia” validità e sulla base dei risultati adottano regimi alimentari di esclusione che possono creare carenze nutrizionali senza risolvere la sintomatologia. Negli ultimi anni molti studi si sono concentrati nel valutare l’efficacia di interventi dietetici nel ridurre i sintomi della sindrome del colon irritabile: in particolar modo l’attenzione si è concentrata su diete a ridotto contenuto di FODMAP. L’acronimo FODMAP indica oligosaccaridi, disaccaridi, monosaccaridi e polioli fermentabili, degli zuccheri che non vengono digeriti e assorbiti nel tenue e qundi, una volta passati nel colon, vengono fermentati dai batteri presenti in questa parte dell’intestino. I batteri del colon digeriscono questi zuccheri formando vari gas tra cui idrogeno e metano. Si tratta di un processo del tutto normale e che nella maggior parte dei soggetti non produce alcun fastidio: in alcuni pazienti con sindrome del colon irritabile il fenomeno pare essere eccessivo e quindi in grado di determinare i fastidi riportati. Ridurre l’apporto di alimenti ricchi di FODMAP, con una dieta a ridotto contenuto di questi zuccheri, potrebbe essere un valido aiuto nel trattamento dei sintomi associati alla sindrome. (Alcuni recenti studi suggeriscono la Paleo dieta modificata: da valutare a seconda del caso)
    • SIBO: small intestinal bacterial overgrowth; aumentata concentrazione batterica nei tratti alti dell’intestino dove non ci dovrebbero essere. I sintomi sono tipici di IBS, con aggiunta di disturbi digestivi, malassorbimento, compromissione dell’immunità. Peggiora con uso di probiotici e prebiotici, perché questi vanno ad aumentare la proliferazione dei batteri laddove già non ci dovrebbero essere: di qui l’importanza di prescrivere probiotici SOLO quando c’è n’è davvero bisogno.
    • Disbiosi intestinale: La flora intestinale è costituita da un insieme di batteri i quali, convivendo in un determinato equilibrio, contribuiscono allo stato di salute generale. Possiamo definirla un ecosistema costituito da diverse specie di microrganismi che comincia a svilupparsi fin dai primi giorni di vita del neonato. La condizione di equilibrio tra i vari ceppi di batteri è definita eubiosi. Se invece prevalgono funghi o altri germi che possono causare patologie, si dice che l’intestino è in uno stato di disbiosi:

      lieve (con sintomi quali stipsi, gonfiori addominali, meteorismo, flatulenza, diarrea, etc.),
      disbiosi media (con sintomi quali alitosi, micosi intestinale, candidosi vaginale, cistiti croniche, prostatiti croniche),
      disbiosi grave (in cui si verifica la disseminazione tossinica a carico di quasi tutti gli apparati e gli organi, e si riscontra tutta un’altra serie di disturbi a carattere generale che a prima vista sembrano non avere nessuna relazione con l’intestino ma che sono in relazione ad un incessante lavoro di detossificazione messo in atto dall’organismo: abbassamento delle difese immunitarie, affezioni cutanee, cefalea frontale, invecchiamento della pelle, stanchezza cronica, ansia, depressione, dolori articolari).
      Se l’intestino è disbiotico, cioè ha una carenza quantitativa o uno squilibrio qualitativo di batteri enterici, tenendo conto delle numerosissime funzioni della flora batterica intestinale, è sicuramente un intestino con delle difficoltà: il soggetto con un intestino disbiotico spesso non digerisce bene (la flora batterica produce enzimi digestivi), si ammala facilmente (la flora batterica produce anticorpi), si sente spesso stanco e senza energia (la flora batterica produce vitamine B che danno energia), soffre di stitichezza o di diarree frequenti, lamenta meteorismo o aerofagia. Tutti questi sintomi possono essere presenti contemporaneamente o possono manifestarsene solo alcuni. Lo scopo della dieta anti-disbiosi è soprattutto, durante la terapia con i probiotici adatti, non sovraccaricare l’intestino di troppo lavoro, proprio perché non è al massimo della sua forma e vitalità. Per cui è consigliabile:
      – mangiare poco e spesso, senza associare troppi cibi diversi nell’ambito di uno stesso pasto (meglio consumare solo carboidrati a pranzo e solo proteine a cena)
      – non intossicare l’intestino con cibi spazzatura
      – consumare sempre verdura cotta o cruda (le verdure fanno crescere bene i batteri intestinali) e fra le verdure è meglio scegliere quelle amare perché sono depurative del fegato (cicoria,    catalogna, rucola…)
      – la frutta è meglio consumarla come spuntino, non attaccata ai pasti per evitare fenomeni fermentativi fastidiosi
      – bisogna bere molto per aiutare la depurazione e l’eliminazione di tossine

    • Stipsi (vedi disbiosi)
    • Diarrea (vedi disbiosi)
    • Malattie Infiammatorie croniche intestinali (MICI): malattia di Crohn e la rettocolite ulcerosa. Tra le tante cose, è importante nei pazienti affetti da MICI determinare le carenze nutrizionali e provvedere alla integrazione soprattutto dei nutrienti che hanno un ruolo nel modulare il processo infiammatorio.
    • Leaky Gut Syndrome o alterata permeabilità intestinale, correlata con malattie infiammatorie ed autoimmunitarie quali morbo celiaco, malattia di Crohn, eczema atopico, problemi digestivi, fatica cronica, malumore, allergie alimentari, asma, emicrania, artrite, prurito, rossore, ma anche psoriasi, problematiche della pelle in genere e in generale tutte le malattie autoimmuni. Sintomi spesso sovrapponibili a quelli della disbiosi

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    • Disfagia. La disfagia è una disfunzione dell’apparato digerente consistente nella difficoltà a deglutire e a un alterato transito del bolo nelle vie digestive superiori. Può riguardare i cibi solidi, ma anche quelli semiliquidi o liquidi e va attentamente valutata dal gastroenterologo prima di intraprendere qualunque terapia nutrizionale. È un disturbo molto diffuso tra le persone anziane, presente nel 45% degli oltre settantacinquenni. La disfagia può portare a problemi di malnutrizione, a polmonite da inalazione e a morte per soffocamento.Consigli alimentari
      Nel trattamento di persone con problemi di deglutizione è necessario valutare la tipologia di cibi da far assumere al paziente basandosi sulla capacità masticatoria e di deglutizione dello stesso.
      I cibi possono essere:

      • liquidi: comprendono le bevande come acqua, tè, camomilla, latte, caffè, ecc. Ci sono anche i liquidi con scorie come yogurt da bere, succhi di frutta, brodi vegetali, ecc. I liquidi sono in genere di difficile gestione in quanto si disperdono nella cavità orale rendendo difficile la deglutizione;
      • semiliquidi: a questa categoria appartengono gelati, creme, passati di verdura, frullati, ecc. Questa categoria di alimenti non richiede una preparazione orale in quanto non devono essere masticati;
      • semisolidi: comprendono passati e frullati densi, omogeneizzati di carne o pesce, purè, uova strapazzate, formaggi cremosi, budini ecc. Questi alimenti necessitano di una modesta preparazione orale, ma non di masticazione;
      • solidi: sono alimenti come la pasta ben cotta, uova sode, pesce pulito dalle lische, verdure cotte, frutta, pane, biscotti, ecc.

      Le consistenze degli alimenti più utilizzate per i pazienti disfagici sono quelle semiliquide e semisolide. Queste riducono il processo di masticazione e il rischio di soffocamento.
      Spesso si utilizzano dei modificatori:

      • addensanti: sono costituiti da gelatine a freddo in polvere, da acqua gelificata e da farina istantanea che, miscelati con il liquido, permettono a quest’ultimo di raggiungere una consistenza semiliquida o semisolida a seconda delle proporzioni utilizzate;
      • diluenti: appartengono a questa categoria il brodo, vegetale o di carne, e il latte. Queste sostanze vengono aggiunte all’alimento solido e duro facendo sì che questo raggiunga una consistenza facilmente deglutibile;
      • lubrificanti: sono il burro, l’olio di oliva, la maionese, ecc. Con queste sostanze bisogna porre particolare attenzione all’equilibrio nutrizionale del paziente.

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  • Dispepsia: alterazione delle funzioni digestive che si manifesta con dolore o fastidio cronico nella parte centrale dell’addome superiore (epigastrio), di solito nel periodo postprandiale. Consigli alimentari
    I pazienti generalmente lamentano la comparsa dei sintomi in corrispondenza dei pasti. Specifici sintomi dispeptici tendono ad essere indotti da determinati alimenti:

    • ripienezza post-prandiale: carni rosse, banane, pane, torte, pasta, salse, cibi fritti, maionese, fagioli, latte, cioccolata, arance, uova, pasti particolarmente grassi ed abbondanti;
    • bruciore epigastrico: caffè (favorisce la dispepsia grazie alla sua capacità di indurre rilasciamenti dello sfintere gastroesofageo ed incrementando la secrezione acida gastrica tramite l’aumento del rilascio di gastrina), formaggio, cipolle, pomodoro, peperoncino, tè, latte (riconosciuto come alimento protettivo della mucosa gastrica, in realtà aumenta indirettamente la secrezione acida gastrica), cioccolata;
    • gonfiore addominale: bevande gassate, cipolle, fagioli, banane;
    • pirosi: caffè, menta, cioccolata, peperoncino.

    Pertanto la prevenzione alimentare gioca un ruolo molto importante nel controllo di questi disturbi; si consiglia quindi di evitare i cibi sopracitati e, oltre a questi, anche:

    • alcol
    • yogurt ad alto contenuto lipidico
    • arachidi
    • pesci grassi
    • sidro
    • brodo di carne
    • fumo

    Si consiglia di evitare i cibi ad alto contenuto calorico ed in particolare gli alimenti grassi, in quanto rallentano lo svuotamento gastrico ed aumentano la produzione intestinale di gas creando una maggior distensione gastrica favorendo pertanto il rilasciamento dello sfintere gastroesofageo.
    Anche le fibre alimentari di frutta e verdura in alcuni casi sono da ridurre, dato che rallentano lo svuotamento gastrico, causano inappetenza, nausea e senso precoce di ripienezza. Il gonfiore addominale conseguente alla loro assunzione, dovuto alla flora batterica intestinale, peggiora anche i sintomi lontano dai pasti.
    L’assunzione di frequenti piccoli pasti distribuiti nell’arco della giornata favorisce lo svuotamento dello stomaco ed allevia la sintomatologia. Certamente di aiuto è lo stile di vita, mantenere una corretta alimentazione equilibrata, fare attività fisica moderata e ridurre il peso, se in sovrappeso, portano a benefici nei pazienti dispeptici.

  • Presenza di candida albicans: Dietoterapia classica: Dieta completamente priva di zuccheri (frutta e latticini compresi), funghi e lieviti (compresa birra); Adozione della GAPS per alcuni periodi: molto restrittiva. Uso di sostanze antimicrobiche ed antifungine naturali, come ad esempio zenzero, rosmarino, cipolla, aglio. Oppure provare la Paleo Diet.

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INFEZIONI DEL TRATTO URINARIO

Eventuale adozione della FODMAP o GAPS o Paleo con dovute personalizzazioni. Vantaggio: tenere basso lo stimolo pro infiammatorio.

Mangiare mirtilli aiuta a prevenire le infezioni del tratto urinario. Uno studio condotto dalla McGill University e pubblicato sul ‘Canadian Journal of Microbiology’ ha dimostrato che la polvere di mirtillo riesce a inibire le funzioni del Proteus mirabilis, un batterio frequentemente coinvolto nelle infezioni complesse dei tratti urinari. È stato originariamente pensato che i mirtilli rossi esplicassero la loro azione abbassando il pH e quindi acidificando il tratto urinario, tuttavia, la ricerca più recente mostra che i componenti chimici presenti nel mirtillo rosso inibiscono l’adesione dei batteri patogeni e lo fanno in modo dose-dipendente. Per quanto riguarda l’azione anti E. coli, l’ipotesi attuale è che i mirtilli rossi agiscano principalmente impedendo l’adesione mediata dalle adesine, le strutture proteiche del batterio responsabili per l’inizio del processo infettivo. Senza adesione, i batteri non possono infettare la mucosa e di conseguenza non si possono moltiplicare ulteriormente.
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IPERINSULINEMIE

Percorsi formativi personalizzati di Educazione alimentare come per i soggetti diabetici (corsi di Conta dei Carboidrati, conteggio calorie da fonti differenziali di macronutrienti, bolo insulina, principi di Terapia Nutrizionale nel Diabete, gli effetti dei carboidrati sulla glicemia, quali algoritmi utilizzare per modificare la dose di insulina, il Counting per un’alimentazione iso-carboidrati nel diabete non in terapia insulinica, etc.)

SARCOPENIA

La sarcopenia è la progressiva perdita di tessuto muscolare che porta a fragilità, stanchezza, declino funzionale e, talvolta, a gravi difficoltà motorie.
La perdita di muscolo scheletrico è principalmente legata all’avanzare dell’età ed è un processo fisiologico, che può aggravarsi però a seguito di una vita troppo sedentaria e di una
cattiva alimentazione. Va sottolineato il ruolo fondamentale della Bioimpedenziometria per la diagnosi e soprattutto per seguire l’andamento. Nell’ambito delle strategie preventive e delle proposte terapeutiche mirate alla prevenzione o al trattamento della sarcopenia si possono ricordare i seguenti approcci:
• la modulazione degli apporti proteici (già dal 2007 è stata suggerita una revisione dei livelli raccomandati di intake proteici da 0,8 g/kg peso corporeo/die a un range compreso tra 1 e 1,5;
• l’utilizzo di specifiche formulazioni amminoacidiche (aminoacidi essenziali per ottimizzare il trofismo muscolare e mantenere un ottimale pool plasmatico degli stessi);
• la supplementazione con farmaco-immuno-nutrienti e con altri nutrienti specifici (da valutare anche l’utilizzo della Creatina);
• il training per l’esercizio fisico Il programma PRT (progressive resistance training) mirato all’allenamento contro resistenze crescenti (carichi esterni quali attrezzi e pesi), ha dimostrato elevata efficacia, proponendo attività adattate e personalizzate, milgiorando il trofismo e la resistenza).
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OSTEOPOROSI (vedi Nutrizione nella donna)

GOTTA

E’ nota l’associazione tra iperuricemia e manifestazioni cliniche della “sindrome metabolica” come Iperlipidemia, ipertensione arteriosa, diabete e insulino-resistenza e obesità. Pertanto è buona pratica tenere in considerazione queste condizioni cliniche quando si è in presenza di gotta e iperuricemia. Attenzione all’eccessivo consumo di carne; importante l’idratazione.

PATOLOGIE ONCOLOGICHE (vedi Nutrizione nel malato oncologico)

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MALNUTRIZIONE PER DIFETTO (grave sottopeso)

Si parla di malnutrizione per difetto quando l’indice di massa corporea (BMI) è < a 18.5.
La malnutrizione per difetto può essere causata sia da un ridotto intake (assunzione) di nutrienti sia da un aumentato fabbisogno che non viene soddisfatto in maniera adeguata.
La denutrizione proteico-energetica è causata da una carenza di nutrienti nella dieta. Questa carenza può derivare da fattori sociali quali solitudine, povertà o dipendenza da alcol o droghe; da fattori fisici quali anzianità, disabilità, edentulia o alterazioni del gusto e dell’olfatto; da condizioni mediche che possono causare una perdita di appetito (es. tumore), un’alterazione dello stato cognitivo (es. malattie neurodegenerative), frequenti ricoveri in ospedale o disturbi del comportamento alimentare; da farmaci. Tra le cause di denutrizione è stata inoltre riscontrata la disfagia, in quanto la persona impiega più tempo durante il pasto e incorre nel rischio di aspirazione. L’aumentato dispendio energetico, invece, può verificarsi in corso di malattie acute.
La denutrizione, intesa come condizione di sottopeso, è un problema di salute pubblica molto serio, che è stato correlato con un’importante incremento del rischio di mortalità e di morbilità. Essa viene inoltre definita come “malattia nella malattia” in quanto, se presente, riduce la capacità della persona di guarire dalla malattia di base.
Importantissimo il ruolo di una semplice analisi, qual’è la Bioimpedenziometria vettoriale, per una corretta valutazione dello stato di nutrizione e per il monitoraggio.
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ALLERGIE ALIMENTARI

Le allergie sono delle reazioni avverse mediate dal sistema immunitario contro molecole riconosciute estranee al nostro organismo (allergeni). Nel caso specifico delle allergie alimentari le molecole estranee che determinano tale risposta da parte del nostro sistema immunitario sono le normali proteine contenute negli alimenti.
Le macromolecole che introduciamo con l’alimentazione non danno problemi di risposte immunitarie semplicemente perché vengono digerite nel nostro tratto gastrointestinale e vengono poi assorbite solo quando sono ormai piccole molecole che non verranno quindi riconosciute come estranee al nostro organismo. Lo stesso meccanismo avviene quindi per le proteine contenute negli alimenti che vengono digerite in oligopeptidi e singoli amminoacidi dagli enzimi digestivi. Può accadere però che a causa di patologie infiammatorie del tratto gastrointestinale questo sistema digestivo venga a mancare e alcune proteine possano arrivare nell’intestino indigerite ed assorbite intere nel sistema circolatorio. Tali proteine nel sangue verranno inevitabilmente riconosciute come estranee e si avrà una prima sensibilizzazione a quel determinato alimento che le conteneva. Da quel momento in poi saremo inevitabilmente allergici a quell’alimento poiché basterà nuovamente ingerirlo per avere immediatamente una risposta allergica con manifestazioni patologiche di diversa natura che potranno coinvolgere il naso, i polmoni, la gola, la pelle e il tratto gastrointestinale.
Tali processi patologici nell’adulto sono invece da ritenersi fisiologici nei neonati che non hanno ancora raggiunto la maturità del tratto gastrointestinale e del sistema immunitario. Non è un caso quindi che le allergie alimentari si sviluppino con maggiore frequenza nell’età neonatale e che tendano poi a risolversi con la crescita.

  • Allergeni vegetali (cereali, soia, arachidi, frutta a guscio, sedano, sesamo, senape, etc.)
  • Allergeni di origine animale (latte, uova, pesci, crostacei e molluschi, etc.)
  • Altre reazioni avverse immunomediate: dermatite atopica, gastroenteropatie eosinofile, enterocolite allergica da proteine alimentari (FPIES), proctite da proteine alimentari, sindrome sistemica da nickel, allergia da nickel
  • Indagine sulle cross-reattività

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INTOLLERANZE ALIMENTARI

  • CELIACHIA: dieta senza glutine, valutare ruolo dei Bifidobatteri nell’alimentazione del celiaco
  • Intolleranza al lattosio: dieta senza lattosio; attenzione a quello nascosto! Nei pazienti sintomatici, l’esclusione del lattosio non elimina sempre i sintomi, probabilmente perché c’è un’altra causa di fondo, ad esempio, sindrome dell’intestino irritabile (IBS)

TIROIDE

  • Ipotiroidismo non autoimmune: Mirare all’aumento del metabolismo attraverso dieta più ricca di grassi e proteine nobili, ciclizzando i carboidrati, escludendo endocrine-disruptor e incentivando la corretta attività sportiva personalizzata. Non credere che la dieta sia la soluzione all’ipotiroidismo: va associata a terapie/integrazioni adeguate, sport, motivazione del paziente, eventuali aiuti da linfodrenaggio e agopuntura.
  • Tiroidite autoimmune di Hashimoto: protocollo alimentare specifico per questa forma di ipotiroidismo di tipo autoimmune
  • Ipertiroidismo (morbo di basedow-graves): dieta a basso contenuto di iodio

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SINDROME DELL’OVAIO POLICISTICO (PCOS) (vedi Nutrizione nella donna)

SINDROME PREMESTRUALE (vedi Nutrizione nella donna)

 

SINDROMI DA CARENZA VITAMINICA E MINERALE

Verrà redatto un piano alimentare specifico per ogni tipologia di carenza vitaminica e/o minerale lamentata. Inutile ricordare l’importanza di un referto di analisi cliniche recente che attesti formalmente la carenza.

ARTRITE REMAUTOIDE

L’artrite reumatoide è una poliartrite infiammatoria cronica e progressiva a “patogenesi autoimmunitaria a carico delle articolazioni sinoviali“, ossia ha una origine autoimmunitaria che si manifesta nella maggior parte delle articolazioni che connettono le ossa degli arti.
Negli ultimi anni il crescente interesse ha confermato il ruolo dell’alimentazione e dell’integrazione, e ha messo in evidenza gli effetti positivi e negativi prodotti rispettivamente da una condizione eubiotica o disbiotica (disbiosi intestinale). Recenti studi hanno suggerito importanti relazioni tra l’equilibrio della flora intestinale e alcune malattie del sistema immunitario. Potrebbero, infatti, essere proprio i batteri intestinali a regolare malattie autoimmuni come l’artrite reumatoide. La correlazione con il microbiota intestinale e il documentato peggioramento in relazione a dieta pro infiammatoria, spinge decisamente verso l’adozione di una dieta anti-infiammatoria, stile Dieta Mediterranea. Le sue proprietà antinfiammatorie e protettive sono riconducibili all’abbondante presenza di acidi grassi polinsaturi ω-3, vitamine ma soprattutto ai costituenti dell’olio extravergine d’oliva: l’acido oleico (serie ω-9), i composti fenolici e l’olecantale, molecola recentemente scoperta, con proprietà antiinfiammatorie naturali. È stato dimostrato che la dieta mediterranea è in grado di diminuire l’attività della malattia, il dolore e la rigidità articolare nei pazienti con forme di artrite infiammatoria e può costituire pertanto una valido supporto nei pazienti affetti da queste patologie.
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ALZHEIMER

La malattia di Alzheimer è una malattia neurodegenerativa che porta alla lenta e progressiva perdita delle funzioni cerebrali.
Valutare possibilità di dieta chetogenica: Oltre alla evidenza sul ruolo della dieta chetogenica in alcune forme di epilessia farmaco resistente o nel miglioramento della risposta ai farmaci stessi, esistono oggi dati incoraggianti sul ruolo della condizione chetosica nella prevenzione o riduzione della progressione in alcune malattie neurodegenerative. I dati disponibili sono per ora più che altro teorici e sperimentali, ma vista la crescente prevalenza si guarda con interesse a questa potenziale applicazione.
In particolare nella malattia di Parkinson, la cui patogenesi è da correlare al danno dei neuroni dopaminergici e all’iperproduzione di ROS, una moderata chetosi può ridurre il danno cellulare aumentando la forma ossidata di coenzima Q 10.
Nella malattia di Alzheimer, invece, il potenziale vantaggio è da correlare alla capacità metabolica dei corpi chetonici di bypassare il danno funzionale cellulare (inattivazione della piruvico-deidrogenasi e ridotta sintesi di acetilcolina) migliorando le sintesi neuronali.

ANEMIA SIDEROPENICA

La dieta contro l’anemia sideropenica è costituita dal consumo di cibi specifici che assicurino un apporto giornaliero di ferro di 10 milligrammi per gli uomini e 18 milligrammi per le donne. In questo senso è molto importante mangiare la carne, il fegato, i legumi, i crostacei, i vegetali a foglia verde e la frutta secca. L’assorbimento più veloce è garantito soprattutto dagli alimenti di origine animale. Piani alimentari e strategie nutrizionali ad hoc che tengano conto dei fattori che aumentano e di quelli che diminuiscono l’assorbimento del ferro.
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BRONCOPNEUMOPATIA CRONICA OSTRUTTIVA (BPCO)

Patologia evolutiva, caratterizzata dallo spiccato catabolismo proteico associato alle infezioni ricorrenti o agli episodi di scompenso funzionale. La riduzione della massa muscolare e la deplezione dei substrati contribuiscono all’instaurarsi di una condizione di IR (Insufficienza Respiratoria). Una percentuale elevata di pazienti affetti da BPCO con IR presenta segni di malnutrizione proteico energetica (PEM). Attenzione a determinare il metabolismo del paziente con le equazioni predittive, tipo Harris-Benedict, che tendono a sottostimare enormemente il reale valore; va fatta la Calorimetria indiretta. Valutare la possibilità di diete iperlipidiche.

EPILESSIA FARMACO-RESISTENTE

L’epilessia è una condizione caratterizzata da ipereccitazione del sistema neurologico che comporta la presenza di ricorrenti spasmi muscolari e perdita di coscienza.  La possibilità di utilizzare un tipo particolare di dieta chetogenica nel trattamento di forme epilettiche farmaco-resistenti è nata dall’osservazione dell’effetto positivo del digiuno sulle crisi e risale agli anni ’20.
Per ottenere una chetosi sovrapponibile a quella indotta dal digiuno non è sufficiente utilizzare diete modestamente ipoglucidiche come quelle utilizzate nel trattamento dell’obesità ma è
necessario ridurre drasticamente la quota glucidica e controllare anche la quota proteica. Tale risultato si ottiene calcolando la dieta secondo un rapporto prefissato tra i nutrienti definito
chetogenico messo a punto da Peterman nel 1925 ed ancora utilizzato. Il rapporto che induce i livelli massimi di chetosi è pari a 4:1 il che significa comporre il piano dietetico con 4 grammi
di grassi ogni 1 grammo di proteine e carboidrati.

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CELLULITE (vedi Nutrizione nella donna)

SCLEROSI MULTIPLA

La sclerosi multipla (SM) è una malattia cronica, infiammatoria ed autoimmune del Sistema Nervoso Centrale. La SM è caratterizzata da processi infiammatori perivascolari a livello della Barriera Emato-Encefalica e dalla degradazione della guaina mielinica con relativa compromissione degli assoni. La sua eziologia è sconosciuta e ciò può essere attribuito anche al suo carattere di malattia multifattoriale.

La “Western diet” peggiora la risposta autoimmune. I componenti della dieta la cui assunzione deve essere controllata per evitare di favorire i processi infiammatori nella Sclerosi Multipla e nelle malattie croniche di natura infiammatoria sono i seguenti:

  1. Acidi grassi saturi di origine animale;
  2. Grassi e proteine del grasso del latte di mucca;
  3. Acidi grassi insaturi idrogenati “trans”;
  4. Carni rosse;
  5. Bevande zuccherate, eccesso di zuccheri e alimenti con poche fibre.
  6. Eccesso di sale nei cibi.

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LUPUS ERITREMATOSO SISTEMICO

E’ ormai accertata la sua natura auto-immune e con essa la sua correlazione alla disbiosi. Le regole nutrizionali da seguire sono dettate da queste evidenze.

FARMACI

Fondamentale nell’elaborazione di qualsiasi piano alimentare la conoscenza di ogni farmaco prescritto e assunto dal paziente, la sua posologia, il timing e tutto serva al Biologo Nutrizionista per determinare un percorso nutrizionale che tenga conto dell’interazione farmaco-alimento, nonchè di quella con le erbe usate in cucina. Negli alimenti che assumiamo, infatti, troviamo diversi composti che possono modulare alcune attività biologiche o funzioni dell’organismo. Nella maggior parte dei casi si tratta di un’azione positiva, in altri invece alcune sostanze possono portare a degli effetti indesiderati. È il caso dell’interazione con i farmaci, la cui attività può essere influenzata da alcune sostanze:

  • principi attivi presenti in un altro farmaco (interazione farmaco-farmaco);
  • alimenti (interazione farmaco-alimento);
  • prodotti erboristici (interazione farmaco-erbe).

Queste interazioni sono dovute a un abuso accidentale o alla mancanza di informazioni riguardo agli ingredienti attivi di farmaci e alimenti.
Va sottolineato che l’effetto dei farmaci è influenzato anche dalle abitudini di vita (fumo di sigaretta, ingestione cronica di alcol), dallo stato fisiologico (patologie a carico dei reni o del fegato), dalla predisposizione individuale (polimorfismi genetici, età, sesso) e dalla dieta (deficit nutrizionali), fattori che influiscono sulla loro biodisponibilità.

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INFERTILITÀ MASCHILE e supplementazione dietetica. Infertilità femminile (vedi Nutrizione e donna).

CONDIZIONI PATOLOGICHE E STATI CARENZIALI DI CALCIO

  • Rachitismo
  • Patologie delle paratiroidi
  • Resezione gastrica e ipocloridria (causata dall’utilizzo prolungato di inibitori di pompa protonica) determina malassorbimento di Calcio.
  • Ipocalcemia da pancreatite acute

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Per gli approfondimenti vi invito a consultare gli articoli presenti nel mio Blog “InForma” oppure a non esitare a contattarmi con lo specifico form.